Lisa Vittozzi e quell’oro olimpico arrivato sei anni dopo il baratro

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Redazione Sport Redazione Sport   -   Il boato che si è levato dallo stadio di Anterselva, quando ha spento l’ultima luce del carabiniere imbracciando il fucile con la sicurezza che solo le campionesse sanno avere, non raccontava soltanto una vittoria. Raccontava una storia lunga sei anni, un viaggio dentro e fuori dal tunnel di cui lei stessa, Lisa Vittozzi, aveva parlato senza infingimenti. Con la 10 km a inseguimento delle Olimpiadi di Milano Cortina, la trentenne di Pieve di Cadore – nata il 4 febbraio del ’95, giusto dieci giorni prima di questa gara – ha messo al collo la sua terza medaglia olimpica, la prima individuale e dal colore che mancava, quell’oro che nessuna italiana aveva mai vinto nel biathlon. Un successo costruito con una precisione assurda al poligono – 20 bersagli centrati su 20, come raccontano le cronache – che le ha permesso di rimontare dal quinto posto della sprint e di presentarsi all’ultimo giro da sola, con quasi quaranta secondi di vantaggio sulla norvegese Kirkeeide e sulla finlandese Minkkinen -1-3-9.

Ma quella sciata trionfale, conclusa con un inchino al pubblico delle grandi occasioni – quasi ventimila persone, secondo le stime della Associated Press – è stata molto di più di una prestazione atletica -9. Perché Lisa Vittozzi, in passato, aveva rischiato di perdersi per strada. Nel 2019, dopo il Mondiale di Östersund, era arrivata in Svezia da leader della Coppa del Mondo e da favorita, con i riflettori puntati addosso insieme alla sua amica-rivale Dorothea Wierer. E lì, qualcosa si era rotto. «Ho perso la retta via, mi sono smarrita», aveva confessato due anni fa al Corriere della Sera, ripercorrendo quei giorni bui in cui il era presente ma la mente no, con il tiro che diventava un’angoscia e non più un’arma in più -2.

Il periodo che seguì fu un calvario fatto di pressioni non gestite, di crisi personali e sportive che la portarono a odiare quello che fino a poco prima era il suo mondo. Una fase in cui, come lei stessa ha raccontato in un’intervista, aveva perso la retta via e non riusciva più a chiudere le gare, priva di quella tranquillità che al poligono è tutto -2-4. Poi, però, è iniziata la risalita. Lenta, faticosa, ma inesorabile. Dopo l’argento mondiale nel 2023 e i quattro ori iridati tra il 2023 e il 2024, è arrivata la Coppa del Mondo generale nel marzo del 2024 – la seconda italiana dopo Wierer – che l’ha consacrata regina della disciplina. Un trionfo che sembrava averla ripagata di tutto, ma che in realtà era solo l’antipasto di quello che sarebbe successo nell’inverno del 2026 -5.

Il ritorno dalla battuta d’arresto e la consacuzione davanti al pubblico amico

Perché nel mezzo, a complicare il copione, si era messo pure un infortunio alla schiena che l’aveva costretta a saltare l’intera stagione 2025. Un altro stop, un altro ostacolo da superare per un’atleta che sembrava avere una strana abitudine a rialzarsi proprio quando tutti la davano per finita. Tornata sugli sci a rotelle in ottobre, come riportano i profili ufficiali del Comitato Olimpico, Vittozzi ha ricominciato da dove aveva lasciato, vincendo in Coppa del Mondo e presentandosi ai Giochi di casa con la convinzione di poter fare qualcosa di grande -3-5. «Non mi nascondo, sono qui per vincere la medaglia d’oro», aveva dichiarato alla vigilia della cerimonia inaugurale, e le sue parole, ascoltate oggi, suonano come un responso -2.

Quel che colpisce, ripercorrendo la sua giornata perfetta, non è solo la freddezza chirurgica con cui ha smontato le speranze delle avversarie – la francese Jeanmonnot, partita con ambizioni di podio, ha chiuso quarta fuori dal podio – ma la consapevolezza stampata sul volto mentre percorreva l’ultimo giro -3-10. Il tempo per godersi il sole, il calore della folla e il pensiero di tutto quello che c’era dietro: i libri gialli che legge per staccare, le serie tv, il tennis, e quel bambino che giocava a fare il cow boy con le pistole giocattolo prima di scoprire che il biathlon sarebbe stato molto più di un semplice ripiego -2. Perché Lisa, come molte ragazze delle sue valli, aveva provato di tutto – perfino il calcio con i maschi – prima di innamorarsi di uno sport che poi l’avrebbe portata a scrivere la storia -5.

Con questo oro, l’Italia del biathlon si è presa una rivincita collettiva. E la squadra azzurra, forte anche del bis di Federica Brignone in gigante e di una pioggia di medaglie che ha portato il bottino a quota 22, superando il record di Lillehammer del 1994, ha trovato nella carabiniera di Sappada la sua icona più luminosa -6. Una ragazza che, dopo aver rischiato il ritiro, dopo aver combattuto con l’ansia da prestazione e con un fisico che a tratti l’ha tradita, ha infilato il suo nome nella lista delle leggende. Lo ha fatto con un sorriso, con una pulizia morale e tecnica che raramente si vede, e con quell’inchino finale che sembrava un ringraziamento a tutti – ma anche un personale, liberatorio addio alle paure del passato.

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