Francesca Lollobrigida e quell'oro costruito tra rinunce e spostamenti continui
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Redazione Sport
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Il boato del palazzetto di Milano, nel giorno del suo trentacinquesimo compleanno, ha suggellato qualcosa che andava ben oltre il cronometro. Il tempo di 3'54"28, valso il record olimpico e la medaglia d'oro nei tremila metri, rappresenta solo la punta più visibile di un iceberg fatto di sacrifici quotidiani, spostamenti logoranti e una precarietà strutturale che la pattinatrice di Frascati si porta dietro da anni. Perché se è vero che il successo nei Giochi di Milano Cortina 2026 l'ha consacrata come regina indiscussa della pista lunga — bissato poi pochi giorni dopo con un altro metallo prezioso nei cinquemila —, è altrettanto vero che quella vittoria affonda le radici in un contesto paradossale: l'Italia dello speed skating, disciplina che proprio in queste Olimpiadi di casa ha raccolto allori storici, non dispone di un impianto coperto stabile dove allenarsi. Maurizio Marchetto, il direttore tecnico che quelle battaglie le combatte da una vita, lo ha ricordato senza giri di parole all'indomani della doppietta: non esiste una casa per i pattinatori della velocità, manca quel luogo che dovrebbe rappresentare il presupposto minimo per programmare il lavoro, e la denuncia, che risale addirittura a Torino 2006, sembra essere caduta nel vuoto per vent'anni. francesca Lollobrigida, che quelle carenze le ha vissute sulla propria pelle, ha trasformato un'assenza in un motore. Ogni seduta di allenamento, come ha raccontato lei stessa, andava conquistata, e non è un modo di dire: significava mettersi in macchina e macinare chilometri verso Baselga di Piné o verso Collalbo, le due piste scoperte in Trentino e Alto Adige su cui è possibile lavorare, oppure organizzare trasferte all'estero, in Germania o nei Paesi Bassi, per trovare condizioni ottimali. Una logistica complicata, quella che deve sostenere un'atleta che ha fatto della resistenza la sua cifra stilistica, e che impone alla lunga un dispendio di energie mentali prima ancora che fisiche. Eppure, da quelle difficoltà è nata una consapevolezza nuova, quella che le ha permesso di arrivare all'appuntamento olimpico con la lucidità necessaria per gestire la pressione e per regalare all'Italia un'impresa che mancava dai tempi di Enrico Fabris. La disciplina, le rinunce, la gestione meticolosa di ogni minima variabile sono diventate il suo marchio di fabbrica, un'abitudine talmente radicata da sembrare quasi un riflesso condizionato. dietro la medaglia, però, c'è una storia che parla anche di affetti e di un sostegno familiare che non è mai venuto meno. Il padre Maurizio, che da ex pattinatore le ha trasmesso la passione e l'ha accompagnata in quelle scorribande su rotelle per le strade di Roma quando il traffico concedeva una tregua, ha rappresentato il primo tassello di una catena che oggi regge un peso notevole. C'è poi il marito Matteo, sposato lo scorso luglio, che con la sua presenza stabile ha convinto Francesca a non mollare in quella che lei stessa ha definito la peggiore stagione della sua vita, un periodo in cui le era persino passato per la testa il pensiero del ritiro. C'è la sorella Giulia, pattinatrice anche lei, che quel bambino di due anni e mezzo, Tommaso, lo ha accudito nel villaggio olimpico nei momenti cruciali. Perché la maternità, per un'atleta del suo livello, aggiunge un livello di complessità ulteriore a un'esistenza già di per sé votata al sacrificio. I pianti nelle tappe di Coppa del Mondo, quando la lontananza dal figlio si faceva sentire più del solito, sono stati il carburante per non arrendersi, la dimostrazione che si può essere madri e tornare più forti di prima, come lei stessa ha voluto sottolineare.
La spontaneità di un abbraccio e il veleno dei social
L'immagine che ha fatto il giro del mondo, quella di Francesca che dopo il primo oro corre a prendere Tommaso e se lo stringe addosso davanti alle telecamere, avrebbe dovuto raccontare solo la gioia pura di un ricongiungimento familiare. Invece, una parte minoritaria ma rumorosa degli utenti dei social network ha trasformato quel momento in un pretesto per attacchi velenosi, arrivando a definire maleducato il comportamento del bambino, semplicemente curioso di fronte ai microfoni e alle luci. La campionessa, intervenuta a Casa Italia dopo il bis nei cinquemila, ha voluto rispondere con la fermezza di chi non accetta che si tocchi il proprio figlio, sottolineando come quei commenti negativi siano arrivati soprattutto da donne, proprio da coloro che invece dovrebbero sostenersi a vicenda. Le parole usate sono state chiare e senza appello: si può dire tutto di lei, ma non si giudica un bambino di due anni e mezzo. Un monito che riporta l'attenzione su un fenomeno sempre più diffuso, quello degli haters che colpiscono senza raziocinio, dimenticando che dietro uno schermo ci sono persone in carne e ossa, e che certi confini non dovrebbero essere superati mai.




