L’addio a Zanardi tra la pioggia e la “regola dei cinque secondi”: il figlio Niccolò e la lezione della gioia nascosta nelle piccole cose
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Redazione Sport
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Il cielo plumbeo, a un certo punto, non ce l’ha proprio fatta a trattenere le lacrime. È successo mezz’ora prima che la bara bianca – dello stesso colore dei fiori apposti sulla copertura – varcasse la soglia della basilica di Santa Giustina, a Padova. Quasi a voler restituire al più celebre dei suoi cittadini adottivi quel calore umano che lui, Alex Zanardi, aveva sempre saputo scambiare con il mondo, anche nei momenti più bui. Oltre 2mila persone hanno riempito la chiesa fino a traboccare in Prato della Valle, mentre la folla, ombrelli alla mano, ha accompagnato l’ultimo viaggio del campione con un applauso che non era solo saluto, ma piuttosto un rituale laico di riconoscenza.
A fargli corteo, nell’ora della cerimonia officiata dall’amico fraterno don Marco Pozza (cappellano del carcere Due Palazzi e testimone diretto dell’anima più genuina dell’ex pilota), c’erano la moglie Daniela e il figlio Niccolò. È stato proprio Niccolò a spezzare il silenzio carico di commozione, consegnando ai presenti quella che forse è la sintesi più autentica dell’eredità paterna. Lontano dai riflettori e dai motori che rombavano, il ragazzo ha raccontato di un padre intento a impastare la pizza nel fine settimana o a cercare gli occhiali come fossero telescopi. “Quando lo vedevo fare il caffè o impastare la pizza, lo faceva sempre col sorriso – ha rivelato –. Lì ho capito che non è necessario pensare alle grandi sfide, alle grandi imprese per trovare la gioia e la gratificazione”.
L’uomo del congiuntivo e la sfida dell’anima
L’omelia di don Pozza ha evitato accuratamente la retorica del podio per scavare nel lessico intimo dell’amicizia. Il sacerdote ha restituito ai fedeli un aneddoto illuminante, avvenuto in un autogrill anni fa, quando Zanardi ascoltò due ragazzi usciti dal carcere con le “mani sporcate di sangue”. A loro, ma in fondo a tutti, Zanardi spiegò la famosa “regola dei cinque secondi”: quei cinque secondi di pausa prima di reagire, quel respiro che separa l’impulso dalla scelta consapevole, capaci di “fare la differenza”. “Il problema non è se il bicchiere è mezzo pieno o mezzo vuoto – citò il campione –. Il problema è se hai sete o no”. Don Pozza ha voluto distinguere nettamente il ricordo materiale da quello spirituale, affermando che “chi ama l’indicativo, oggi rimpiange l’atleta; chi osa il congiuntivo, oggi ringrazia l’uomo”. Una distinzione, questa, che restituisce la profondità di una personalità capace di abitare il limite senza mai arrendersi alla logica della certezza assoluta.
La folla, gli amici e il silenzio della famiglia
All’esterno, il freddo e la pioggia non hanno scoraggiato la marea umana. Tra i banchi, accanto ai ragazzi di Obiettivo3 – l’associazione che Zanardi stesso aveva creato per promuovere la handbike – sedevano volti noti dello sport e dello spettacolo, da Alberto Tomba a Bebe Vio, fino al ministro dello Sport e ai vertici della Ferrari e della Bmw, quest’ultime presenti con corone di fiori sul sagrato. La cognata, Barbara Manni, ha preso la parola per descriverlo con una sola, efficace parola: “Combattente”. La moglie Daniela, visibilmente provata, ha assistito al rito senza rilasciare dichiarazioni pubbliche, limitandosi a un gesto di ringraziamento verso la folla. Sull’altare, a vegliare sulla cerimonia, spiccava la sua handbike: un oggetto simbolo, custode di quella potenza che, come recitava una vecchia pubblicità, è nulla senza il controllo.
L’eredità della semplicità
Forse il vero messaggio che trapela dalla giornata padovana è proprio l’opposto dell’eccezionalità. Niccolò lo ha riassunto con un tono colloquiale che avrebbe fatto sorridere suo padre: “Non serve essere Alex Zanardi per avere una vita meravigliosa, chiunque può avere una vita meravigliosa e gratificante. Auguro a me stesso di trovare il sorriso nelle piccole cose”. Una filosofia che smonta la narrazione dell’eroe solitario per restituire la foto di un uomo che, davanti allo Spid del computer o alla pasta della pizza, trovava la stessa concentrazione che metteva in pista. Le note di “Ti insegnerò a volare”, il brano che Roberto Vecchioni scrisse per lui, hanno accompagnato l’uscita del feretro, chiudendo un cerchio emotivo che la pioggia, infine, ha avuto il compito di bagnare, come per suggellare l’addio a uno che la vita l’ha davvero “gustata”.




