Domenicali e il pianto per Zanardi: “un cuore d’oro più di ogni intelligenza artificiale”
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Redazione Sport
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Il paddock di Miami, poco prima che un minuto di silenzio ne suggellasse il ricordo, ha trattenuto il fiato insieme a Stefano Domenicali. Il presidente della Formula 1, visibilmente spezzato nell’emozione, ha dovuto interrompersi più volte per ritrovare fiato e pensieri: la voce rotta – quella di chi prova a tenere insieme la compostezza del ruolo e la voragine dell’affetto personale – cedeva di fronte a un nome, Alex Zanardi, che di razionale ha ben poco. «È stato esempio di vita con leggerezza e ironia», ha detto Domenicali, parlando di un uomo la cui eredità, fatta di gesti più che di discorsi, andrebbe tramandata anche a chi non ha avuto la fortuna di incrociarlo.
Zanardi non era gratis, e l’Italia lo trasforma subito in statua
Quando muore qualcuno come Zanardi, questo Paese fa ciò che sa fare meglio: lo trasforma immediatamente in una statua. Resilienza, coraggio, rinascita. Tutto vero. Eppure le statue, a forza di essere lucidate, finiscono per non somigliare più agli uomini. Io Zanardi non l’ho conosciuto direttamente, ma una volta provai a portarlo a parlare a una convention aziendale – ero responsabile della comunicazione e degli eventi in una multinazionale – e già quel tentativo, seppure andato a vuoto, raccontava la sua potenza di richiamo. Perché Zanardi non era un eroe da catalogo, né un predicatorio della resilienza a buon mercato. Era uno che ti guardava e, senza bisogno di tante parole, ti restituiva la misura delle tue paure.
“Lo vidi in tv mentre ero in un letto d’ospedale”: il racconto di Giusy Versace
Giusy Versace, oggi senatrice della Repubblica ma all’epoca campionessa paralimpica, ha condiviso con Zanardi una Paralimpiade e iniziative sociali. E nel raccontare il loro primo incontro – prima ancora che reale – restituisce la sostanza dell’uomo. «Ero in un letto d’ospedale, nel 2005. Senza gambe, senza certezze, senza sapere quale autonomia avrei potuto conquistare. Mia madre portò un televisore in camera e mi fece guardare il telegiornale: c’era un uomo che tornava a correre e a vincere». Quell’uomo era Zanardi, e quella visione – a distanza, in bianco e nero di uno schermo ospedaliero – funzionò come un grilletto. Versace non lo incontrò subito, ma lui aveva già iniziato a lavorare dentro di lei. È forse questo il miracolo più autentico di Zanardi: esistere prima ancora di essere conosciuto, agire da assente presente.
Quando i fotografi aspettano Mancini e Inzaghi, e nessuno nota l’anima vera
La prima volta che lo vidi realmente fu un pomeriggio del novembre 2014. Lavoravo alla Gazzetta dello Sport, e in sede c’era un po’ di subbuglio perché Roberto Mancini e Pippo Inzaghi – allora allenatori di Inter e Milan – erano venuti per un forum in vista del derby. Normale amministrazione: fotografi accorsi, piccola folla all’uscita della sala riunioni, flash e rumore di scatti. Poi, nel mezzo di quella confusione, apparve lui. Alex Zanardi. Non aveva bisogno di telecamere puntate addosso, né di una scenografia. Passava quasi inosservato, se non fosse che chi lo incrociava sentiva il bisogno di fermarsi. Nessuno dei due allenatori, per quanto celebrati, riusciva a reggere il confronto con quell’uomo in carrozzina che sorrideva come chi ha già visto il fondo ed è risalito a mani nude. Non lo definirono supereroe, ma forse lo erano.




