Il conflitto in Iran fa schizzare l’energia elettrica: rincari al 60% e imprese in affanno

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Sono trascorse due settimane dall’inizio del conflitto in Iran, dichiarato lo scorso 28 febbraio, e l’onda d’urto sui mercati energetici e delle materie prime in Italia ha già prodotto i suoi primi, inequivocabili effetti. Il monitoraggio condotto dalla Cna – che ha incrociato i dati dei listini all’ingrosso con le rilevazioni sui costi di trasporto – fotografa un panorama in rapido peggioramento, con l’energia elettrica a guidare una classifica dei rincari che preoccupa non poco le piccole e medie imprese, già alle prese con una congiuntura economica sfavorevole.

Il prezzo all’ingrosso dell’elettricità nel nostro paese, come rilevato dall’associazione di categoria, ha subito un’impennata del 60 per cento, un balzo che allinea l’Italia in una posizione di debolezza strutturale se paragonata ad altri grandi paesi europei. Nelle ultime due settimane, il prezzo medio si è attestato sui 143 euro per megawattora, una cifra che appare lontanissima dai 102 euro della Germania e che diventa quasi tripla rispetto ai 48 euro della Spagna, evidenziando una divergenza che gli operatori del settore definiscono sempre più difficile da colmare. Le conseguenze di questo shock, peraltro, non si fermano certo alla sola bolletta luminosa.

Una raffica di aumenti su metalli e logistica che mette in difficoltà la filiera produttiva

Se l’energia rappresenta il fronte più caldo, le tensioni geopolitiche nello Stretto di Hormuz stanno producendo un effetto domino su una pletora di altri comparti. Subito dopo l’elettricità, la Cna segnala rincari consistenti per il rame, le cui quotazioni hanno sfiorato un +40 per cento, trainato anche da una domanda globale sostenuta, ma certamente acuito dalla nuova crisi mediorientale. Seguono a ruota il ferro e i profilati di alluminio, con listini ritoccati al rialzo del 20 per cento, mentre l’acciaio tiene, per ora, con aumenti contenuti.

Il settore delle costruzioni, in particolare, sta facendo i conti con un carrello della spesa sempre più pesante: il calcestruzzo segna un +10 per cento, il conglomerato bituminoso rincara del 18 per cento e persino il legno, dopo un periodo di relativa stabilità, ha iniziato a mostrare tensioni con incrementi che oscillano tra il 10 e il 15 per cento. A questi rincari diretti delle materie prime, però, si aggiunge un fattore logistico che rischia di strangolare ulteriormente le imprese: il costo per il trasporto di un container standard, infatti, è lievitato fino a 3.000 euro in più, una voce che si somma all’aumento vertiginoso delle coperture assicurative, rendendo sempre più onerosa l’importazione e l’esportazione di merci.

Gas e petrolio alle stelle, la stangata attesa per famiglie e imprese del terziario

Parallelamente alla corsa dell’elettricità e dei metalli, il fronte degli idrocarburi si conferma critico. Secondo le elaborazioni della Cgia di Mestre, il prezzo del gas sul mercato di Amsterdam ha fatto segnare un +62 per cento, mentre il petrolio Brent ha superato quota 90 dollari al barile con un incremento del 45,8 per cento, spingendo al rialzo anche i prezzi alla pompa. La benzina, in modalità self, è aumentata di oltre nove centesimi al litro, ma è il gasolio a registrare la performance peggiore, con un balzo del 18,2 per cento che penalizza duramente l’autotrasporto e, a cascata, tutti i beni di consumo.

Questo scenario, come emerge dalle stime di Nomisma Energia riprese dalla Cgia, si tradurrà in un aggravio medio annuo di 350 euro a famiglia, per un conto complessivo che, a livello nazionale, potrebbe toccare i 9,3 miliardi di euro. Un peso che si distribuisce in modo diseguale sul territorio: Roma, Milano e Napoli, con la loro densità abitativa e il loro tessuto produttivo, vedrebbero lievitare la spesa energetica rispettivamente di 705, 554 e 406 milioni di euro. Le ripercussioni, come avverte Confcommercio, rischiano di essere particolarmente amare per il terziario: in uno scenario critico, gli alberghi potrebbero vedersi recapitare bollette della luce aumentate di 900 euro al mese e del gas di 1.000 euro, mentre per i grandi supermercati l’incremento per l’energia elettrica potrebbe toccare i 700 euro mensili. Una pressione che, inevitabilmente, finisce per comprimere i margini di imprese che operano in settori ad alto assorbimento di manodopera e che già faticavano a riprendersi dalle precedenti crisi.

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