Benzina a 1,895 euro nel Lodigiano, la guerra in Iran fa schizzare i prezzi. Controlli della Finanza sulla filiera
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Redazione Economia
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L’escalation militare in Medio Oriente, con l’attacco congiunto di Stati Uniti e Israele e la conseguente risposta di Teheran, non sta producendo effetti solo sull’assetto geopolitico di quella regione, ma ha cominciato a manifestare le sue prime, concrete ripercussioni anche sulla vita quotidiana degli italiani, in particolare lungo la rete stradale della penisola. Se le quotazioni del petrolio sui mercati internazionali hanno subito un’impennata quasi immediata, a farne le spese, come sempre accade in queste circostanze, è il prezzo finale alla pompa, che viaggia ormai a ritmi sostenuti verso l’alto. I dati rilevati ieri nel Lodigiano offrono una fotografia piuttosto chiara della situazione: in provincia di Lodi, sulla rete stradale ordinaria, il prezzo medio della benzina in modalità servito ha raggiunto quota 1,895 euro al litro. Una cifra che colloca il Lodigiano al vertice della classifica regionale lombarda, superando la media registrata nel resto della regione, ferma a 1,865 euro, e che testimonia come l’onda d’urto del conflitto abbia già superato i confini mediorientali per riversarsi sui territori locali.
La situazione, del resto, non appare dissimile scendendo lungo la penisola, dove i rincari iniziano ad assumere i contorni di un’emergenza per interi comparti produttivi. In Puglia, ad esempio, l’allarme è stato lanciato con forza dagli agricoltori: il gasolio agricolo, essenziale per le lavorazioni nei campi e per la filiera della pesca, ha subito un balzo in avanti di trenta centesimi al litro (più Iva) nell’arco di appena tre giorni. Un’accelerazione che, tradotta in numeri, significa un aggravio stimato in circa 25 milioni di euro solo per le aziende agricole pugliesi, con il rischio concreto che trattori e macchinari possano essere costretti a fermarsi proprio nel bel mezzo di operazioni cruciali come le arature per la prossima campagna cerealicola o i trattamenti obbligatori contro la Xylella. Non va meglio in Campania, dove l’export, uno dei motori dell’economia regionale, sta già contando i primi danni: interi carichi di pasta di Gragnano, pomodori e vino, diretti verso i mercati arabi, sono rimasti bloccati, mentre i viaggi da Napoli risultano cancellati, in una paralisi che colpisce duramente le imprese. La regione, peraltro, ha fatto segnare tra il 4 e il 6 marzo il rincaro più elevato d’Italia per la benzina in modalità self service, un dato, questo, che ha spinto il sindaco di Benevento, Clemente Mastella, a chiedere verifiche immediate per scongiurare quelle che ha definito “speculazioni con l’alibi della guerra”.
Ed è proprio il tema della speculazione, del resto, a emergere con prepotenza nel dibattito pubblico e istituzionale di queste ore, alimentato dalla constatazione che i prezzi alla pompa sembrano correre più veloci delle stesse quotazioni del greggio. Le associazioni dei consumatori, da Assoutenti a Federconsumatori, parlano apertamente di “andamento anomalo” dei listini, sottolineando come il carburante venduto oggi sia stato molto probabilmente acquistato dalle compagnie settimane o mesi fa, a costi ben inferiori. Da qui la richiesta, avanzata con insistenza, di un intervento chiarificatore e, nel frattempo, di una riduzione immediata delle accise sul modello di quanto fece il governo Draghi nel 2022. Di contro, le compagnie petrolifere riunite in Unem respingono le accuse, sostenendo che gli aumenti applicati in Italia sarebbero anzi inferiori al reale rialzo delle quotazioni internazionali.
L’esecutivo rafforza la vigilanza, task force della Guardia di Finanza sull’intera catena di distribuzione
Di fronte a questo scenario di fibrillazione del mercato e di crescenti accuse, il governo ha deciso di passare alle vie di fatto, mettendo in campo un piano di controlli straordinari. Su indicazione congiunta del Ministero dell’Economia e delle Finanze e del Ministero delle Imprese e del Made in Italy, la Guardia di Finanza ha infatti ricevuto l’ordine di intensificare la propria attività di vigilanza lungo l’intera filiera dei carburanti, dalla produzione fino alla vendita al dettaglio. L’obiettivo dichiarato dell’operazione è duplice: da un lato, verificare scrupolosamente il rispetto delle normative sulla trasparenza e sulla corretta esposizione dei prezzi al consumo; dall’altro, monitorare in profondità l’andamento dei valori di mercato dei prodotti energetici in ogni fase della loro commercializzazione. Le Fiamme Gialle, in particolare, concentreranno la loro attenzione sull’eventuale presenza di accordi anticoncorrenziali tra operatori e su quei circa venti casi sospetti già segnalati dal Garante dei prezzi, noto come “Mister Prezzi”, che nei giorni scorsi aveva chiesto chiarimenti alle principali compagnie. Non si tratta, però, di un controllo che si limita alla sola trasparenza amministrativa: il rafforzamento del presidio riguarda anche il contrasto ai canali illeciti, con verifiche mirate a stanare eventuali frodi in materia di accise, falsa classificazione merceologica dei carburanti e irregolarità nella tracciabilità dei prodotti.
L’agricoltura in ginocchio tra costi lievitati e incertezza, la tensione commerciale sullo Stretto di Hormuz
A pagare il conto più salato di questa improvvisa fiammata dei prezzi è, come spesso accade, il settore primario. Le imprese agricole, già provate dagli aumenti dei costi energetici e delle materie prime degli ultimi anni, si trovano ora a fare i conti con un’ulteriore stangata che rischia di vanificare ogni sforzo di programmazione. In Puglia, come detto, l’incremento del gasolio agricolo ha raggiunto punte del 35% in pochi giorni, con effetti a catena che vanno ben oltre il semplice rifornimento dei trattori. L’irrigazione, il riscaldamento delle serre, la gestione delle stalle: ogni aspetto della produzione diventa più oneroso, in un contesto in cui, come sottolineano le associazioni di categoria, il rischio è che il divario tra il prezzo riconosciuto al produttore e quello finale al dettaglio diventi incolmabile. La preoccupazione, del resto, non si ferma ai confini nazionali, ma si allarga alle dinamiche del commercio internazionale. Lo Stretto di Hormuz, attraverso cui transita circa un quinto del petrolio globale e una quota significativa del gas naturale liquefatto, è diventato un nodo critico: la chiusura o anche solo il rallentamento del traffico in quella sottile via d’acqua, vitale per le esportazioni, rischia di ripercuotersi pesantemente sul made in Italy, come emerso durante il recente vertice tra governo e imprese convocato alla Farnesina.




