Maccastorna, il borgo dei 76 ricchi sfonda la classifica dei redditi: 72mila euro pro capite nel lodigiano

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Non è Milano, non è Portofino, e nemmeno la scintillante Lajatico. A conquistare la palma del comune più ricco d’Italia, almeno stando alle ultime rilevazioni fiscali, è una manciata di case persa nella pianura lodigiana. I nuovi dati diffusi dal Ministero dell’Economia e delle Finanze, relativi alle dichiarazioni dei redditi presentate nel 2025 per l’anno d’imposta 2024, consegnano un’Italia sorprendentemente divisa tra la forza dei grandi centri e gli strappi statistici dei piccoli borghi. Mentre il reddito complessivo pro capite nazionale sale a 25.125 euro (+4,1% superando l’inflazione all’1,1%), registrando quella che per molti analisi è una timida ma concreta inversione di tendenza per il potere d’acquisto, il primato assoluto scivola via dalle vetrine del lusso per finire tra i silos e le stalle di Maccastorna. Qui, dove il bar più vicino si trova in un’altra provincia e il consiglio comunale conta undici membri, il reddito medio imponibile ha toccato quota 72.157 euro. Un dato, questo, che non solo polverizza le medie dei capoluoghi ma segna un balzo del +195,8% in soli dodici mesi: una crescita apparentemente mostruosa che, come vedremo, racconta più le regole della matematica che le effettive condizioni socioeconomiche del territorio.

L’anomalia del lodigiano e la lezione della statistica

L’analisi condotta da Excellera Intelligence, la società di data intelligence bergamasca che ha elaborato i dossier per il MEF, rivela però un paradosso strutturale. Maccastorna conta appena 76 contribuenti, una platea talmente ridotta che il trasferimento di residenza anche di un solo contribuente con reddito a sette cifre – o, come ipotizzano gli esperti incrociando i dati, la piena operatività di una o due imprese agricole di successo nella zona – è sufficiente a far decollare la media aritmetica. Se si osservano i numeri grezzi, il borgo supera di gran lunga Lajatico (in provincia di Pisa), secondo classificato con 67.519 euro, e l’ex regina Portofino, scesa a 65.836 euro registrando un calo del 30,9%. La lezione, per chi legge i dati fiscali, è sempre la stessa: nei comuni con meno di cento dichiaranti, la statistica perde la sua funzione descrittiva della realtà collettiva per diventare un semplice specchio delle eccezioni individuali. Non esiste, in questo dato, la fotografia di una “comunità benestante” quanto piuttosto la perfetta esemplificazione di quella famosa poesia di Trilussa – tanto cara agli economisti – dove se uno mangia due polli e un altro nessuno, statisticamente tutti mangiano un pollo a testa.

La crescita reale e la mappa della ricchezza nazionale

Al di là dell’effetto Maccastorna, che inevitabilmente catalizza l’attenzione mediatica, la radiografia del Ministero dell’Economia e delle Finanze offre spunti ben più profondi per comprendere le dinamiche italiane. Per la prima volta dopo diversi esercizi fiscali, la crescita nominale dei redditi (+4,1%) ha superato quella dei prezzi, che si è fermata all’1,1%. Un miglioramento che, seppur lieve e distribuito in modo disomogeneo, restituisce fiato ai bilanci familiari senza però cancellare le disuguaglianze strutturali del Paese. Se si sposta l’attenzione sui grandi centri, emerge una geografia della ricchezza sostanzialmente immutata: Milano si conferma il capoluogo più ricco con un reddito medio che sfiora i 40.316 euro, seguita a ruota da Monza (35.628) e Bergamo (34.263). Le città del Centro-Nord dominano la scena, mentre nel Mezzogiorno i numeri restano in media più bassi, ancorché in crescita.

Impennate locali e il peso delle imprese agricole

Sul territorio lodigiano, il dato di Maccastorna fa sorridere ma non stupisce più di tanto chi conosce l’economia di quelle zone. Il sindaco, interpellato dai colleghi della stampa locale, ha spiegato come il successo statistico sia principalmente legato alla solidità di alcune realtà produttive e all’indotto agricolo, laddove aziende all’avanguardia nel settore della cerealicoltura o dell’allevamento riescono a produrre plusvalenze consistenti che finiscono per pesare in modo decisivo su un campione così ristretto. Non si tratta di un reddito sparso equamente tra i residenti, si badi bene, quanto piuttosto della somma di pochi redditi imprenditoriali molto alti che “trainano” la media dell’intero aggregato. È lo stesso meccanismo, del resto, che ha proiettato in passato Lajatico – patria di un noto tenore – ai vertici delle classifiche nazionali, a testimonianza di come il fenomeno della concentrazione della ricchezza dichiarata sia statisticamente amplificato quando il denominatore (il numero dei contribuenti) è estremamente basso.

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