Il mistero dei soldi di Andrea e Sarah Ferguson: da dove arrivavano?
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Redazione Esteri
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L’arresto di Andrew Mountbatten‑Windsor, avvenuto il giorno del suo sessantaseiesimo compleanno nella tenuta di Sandringham, non ha solo riaperto una ferita nella monarchia britannica; ha soprattutto fornito una lente d’ingrandimento attraverso cui osservare il tenore di vita sfarzoso che il fratello del re e la sua ex moglie, Sarah Ferguson, hanno mantenuto per decenni. Se i riflettori sono da sempre puntati sulle frequentazioni del principe con il finanziere Jeffrey Epstein, è l’origine delle risorse che gli hanno permesso di abitare nello chalet svizzero, di viaggiare su voli privati e di collezionare Rolls Royce a rappresentare ora il nodo centrale dell’inchiesta giudiziaria. Le centinaia di migliaia di documenti desecretati dal Dipartimento di Giustizia americano, infatti, iniziano a tratteggiare il profilo di un uomo d’affari improvvisato che, secondo l’accusa di misconduct in public office (cattiva condotta nell’esercizio di funzioni pubbliche), avrebbe messo a frutto il proprio status e, soprattutto, informazioni confidenziali ottenute grazie al ruolo di inviato speciale per il commercio.
L’ipotesi investigativa, che vede coinvolte ben nove forze di polizia britanniche coordinate dalla National Crime Agency, si concentra su uno scambio di email particolarmente significativo risalente al 2010: in quella corrispondenza, l’ex principe avrebbe inoltrato a Epstein, in soli cinque minuti, dei rapporti governativi riservati relativi a un suo viaggio ufficiale in Asia. Non solo: alla vigilia di Natale di quello stesso anno, un’altra email conteneva un briefing dettagliato sulle opportunità di investimento nella ricostruzione della provincia di Helmand, in Afghanistan, un documento che descriveva giacimenti minerari di alto valore come oro e uranio. Un gesto, questo, che travalica la semplice imprudenza per configurarsi come una possibile violazione dell’Official Secrets Act, la legge sui segreti di Stato, e che getta una luce sinistra su quello che appare come un vero e proprio do ut des: informazioni sensibili in cambio di chissà quali benefici economici o personali, in un’epoca in cui Epstein era già un soggetto con precedenti penali per reati sessuali.
A complicare ulteriormente il quadro, e ad allargare il perimetro delle zone d’ombra, è emersa anche la posizione di Sarah Ferguson, la duchessa di York. Dai file statunitensi, come riportato da diverse testate, affiorano dettagli su una corrispondenza che l’ex moglie di Andrea intratteneva con il finanziere pedofilo mentre questi si trovava in carcere nel 2009. Non si trattava di semplici convenevoli: Ferguson gli scriveva per chiedere consigli su come gestire le proprie finanze e per trovare una via d’uscita dalla bancarotta che minacciava di travolgerla. Una richiesta d’aiuto rivolta a un uomo detenuto per aver adescato minorenni, che testimonia il livello di promiscuità e di dipendenza economica che legava la coppia a Epstein e al suo giro. Del resto, le recenti rivelazioni della stampa britannica parlano di un prestito milionario, dodici milioni di sterline, concesso dalla regina Elisabetta II e da altri membri della famiglia per tamponare le voragini finanziarie del figlio prediletto, un prestito che, a quanto si apprende, non sarebbe stato ancora restituito nemmeno in parte.
Il castello di carte delle relazioni pericolose
Mentre gli inquirenti cercano di tracciare il flusso di denaro che ha alimentato la vita di lussi di Andrea, le implicazioni per l’istituzione monarchica si fanno sempre più pesanti. Re Carlo III, stando a quanto riferito da fonti di palazzo, non si opporrebbe a un provvedimento legislativo che rimuova formalmente il fratello dalla linea di successione, un gesto che seguirebbe la privazione di tutti i titoli militari e delle onorificenze avvenuta nei mesi scorsi. Una mossa, questa, che appare necessaria per arginare il danno d’immagine, ma che non scalfisce il nodo principale: capire se le relazioni intrattenute dall’ex principe con Epstein e con personaggi legati a contesti di corruzione internazionale, come l’oligarca kazako Timur Kulibayev che nel 2007 acquistò una sua residenza a un prezzo gonfiato, abbiano rappresentato un sistematico sfruttamento della sua posizione a fini personali.
Le carte giudiziarie, insomma, stanno lentamente trasformando quello che era considerato un problema di reputazione in un caso di presunta illegalità. La domanda su come Andrea e Sarah Ferguson potessero permettersi lo chalet, i viaggi e le auto di lusso trova forse una risposta in quei file inoltrati in pochi minuti, in quei briefing riservati spediti via email, in quella disponibilità a fare da apriporta per affari opachi in cambio di denaro. Non è più solo una questione di etica o di opportunità: è la tenuta stessa delle regole che dovrebbero proteggere gli interessi dello Stato a essere messa in discussione dall’onda lunga degli Epstein Files.




