Di Lucente al Mimit: «Termoli non può restare, servono investimenti e ricerca»
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Redazione Economia
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Il messaggio, consegnato senza giri di parole all’interno del tavolo nazionale convocato al Ministero delle Imprese e del Made in Italy, porta la firma dell’assessore regionale Andrea Di Lucente: il Mezzogiorno, e con esso lo stabilimento molisano di Termoli, non può più accettare il ruolo di comparsa nelle scelte industriali di Stellantis. Di fronte al ministro Adolfo Urso e ai rappresentanti delle Regioni che ospitano i principali poli produttivi della filiera automobilistica, Di Lucente ha rivendicato con nettezza una «centralità» finora negata, chiedendo investimenti mirati e una scommessa decisa sulla ricerca. «Se Cassino piange, Termoli non ride»: l’esordio, volutamente crudo, ha messo in luce un’impasse condivisa da due stabilimenti simbolo, entrambi stretti nella morsa di un Sud che – nei fatti – continua a scontare un peso specifico inferiore rispetto ad altri nodi produttivi.
La richiesta di riequilibrio delle politiche industriali
Dal vertice, che ha visto anche gli interventi del vicepresidente dell’Emilia-Romagna Vincenzo Colla e dell’assessore Giovanni Paglia, è emersa una domanda chiara: servono nuove regole per ridistribuire le risorse e le attenzioni strategiche. Perché se è vero che il Piano Italia di Stellantis comincia a mostrare i primi risultati, come ha riconosciuto lo stesso Urso, è altrettanto vero che quelle luci non illuminano ancora il Sud in modo uniforme. Di Lucente ha insistito sulla necessità di superare una logica che ha penalizzato a lungo Termoli, trasformandolo da avamposto produttivo a periferia in attesa di un rilancio. La ricerca, ha spiegato, non può restare un’opzione residuale: senza un investimento strutturale in nuove tecnologie e competenze, lo stabilimento molisano rischia di essere il tassello sacrificabile di un mosaico che invece pretende coerenza.
Il confronto con Urso e il nodo europeo
Il ministro delle Imprese e del Made in Italy ha ascoltato le voci delle Regioni – dalla Campania al Piemonte, passando per il Lazio – in un clima teso ma operativo. Sulla scrivania, oltre alle richieste locali, sono finiti i dossier più caldi: la revisione del regolamento Ue sulle emissioni di CO2, l’attuazione dell’Industrial Accelerator Act, e il ruolo dell’Italia nella battaglia europea per riformare le norme del settore. Tuttavia, a differenza di altri tavoli puramente tecnici, questa volta la pressione politica si è concentrata su un punto preciso: le strategie continentali non possono tradursi automaticamente in sacrifici per il Mezzogiorno. Di Lucente ha portato un esempio concreto: Termoli ha già pagato un prezzo alto nelle riconversioni passate, e non può permettersi un altro biennio di attese senza progetti coerenti.
Uno stabilimento al centro della contesa industriale
L’assessore molisano non ha usato mezzi termini nel descrivere la distanza tra gli annunci e la realtà dei fatti. «Termoli non può restare» è diventato lo slogan asciutto di una delegazione che chiede fatti, non dichiarazioni d’intenti. E lo ha fatto senza generalismi: servono piani di riconversione legati alla produzione di componenti strategici (batterie, motori ibridi, elettronica per l’auto), accompagnati da percorsi di formazione e da una cornice normativa che non penalizzi chi investe nel Sud. La risposta di Urso, pur misurata, ha lasciato intendere che il governo considera la questione una priorità, al pari della trattativa in corso con Bruxelles. Tuttavia, a differenza di altre occasioni, il ministro non ha offerto scorciatoie: il confronto proseguirà in sedi tecniche separate, con un’attenzione particolare ai siti produttivi considerati «sensibili».
La sfida della ricerca come leva per il rilancio
L’elemento che differenzia questa tornata di incontri dalle precedenti è l’insistenza su un concetto spesso dimenticato nel dibattito italiano sull’automotive: la ricerca. Di Lucente ha ribadito che senza centri di innovazione collegati agli stabilimenti, qualsiasi investimento rischia di rivelarsi effimero. Per questo ha chiesto che Termoli venga inserita in un circuito universitario e tecnologico capace di attrarre risorse europee, magari sfruttando i fondi della transizione green per creare un laboratorio permanente. Non una richiesta vaga, ma un’indicazione di metodo: prima ancora di parlare di volumi produttivi, servono progetti di sviluppo della conoscenza che leghino il territorio al futuro del gruppo. E in questa partita, ha sottolineato l’assessore, il Sud non può permettersi di inseguire.




