Ebola in Congo, 317 morti in sette giorni: l’Oms rafforza le misure mentre la violenza blocca gli operatori
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Redazione Salute
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L'epidemia di Ebola causata dal virus Bundibugyo, dichiarata oltre cento giorni fa nella Repubblica Democratica del Congo, non accenna a rallentare e anzi continua a mietere vittime a un ritmo che tiene in allarme la comunità internazionale. Gli ultimi dati diffusi dalle autorità sanitarie dipingono un quadro drammatico: i casi confermati hanno raggiunto quota 5.514, con 2.642 decessi registrati, portando il tasso di letalità al 47,9%.
Ma è il dato sugli ultimi sette giorni a suonare come un campanello d'allarme, con 317 nuove vittime, uno dei bilanci settimanali più elevati dall'inizio della crisi, a testimonianza di una diffusione che i sistemi di sorveglianza faticano a tenere sotto controllo.
Un'epidemia che si estende e si complica
La portata dell'emergenza è ormai tale da interessare 57 zone sanitarie distribuite in sei province del paese, con la regione dell'Ituri che resta l'epicentro della crisi. Qui, come nel confinante Nord Kivu dove la letalità arriva a toccare il 68,6%, emerge con chiarezza il problema più spinoso per gli operatori: la maggior parte dei nuovi contagi viene individuata tra persone che non risultavano nei registri dei contatti già sottoposti a monitoraggio.
Questo dato, come sottolineato dall'Organizzazione mondiale della sanità, è il segnale di catene di trasmissione nascoste che il sistema di tracciamento non riesce a intercettare, complice anche l'insicurezza endemica e gli intensi movimenti della popolazione, in particolare dei lavoratori delle miniere artigianali che spesso si spostano da un sito all'altro facendo perdere le proprie tracce.
La risposta dell'Oms e la sfida dell'accesso
Per cercare di invertire la rotta, l'Oms ha pubblicato il 24 agosto nuove e stringenti raccomandazioni temporanee, ribadendo che l'epidemia resta un'emergenza sanitaria pubblica di rilevanza internazionale (PHEIC) e che, sebbene il rischio per i paesi terzi sia considerato basso, non c'è spazio per abbassare la guardia. Le richieste alle autorità congolesi sono precise e mirate: rafforzare la ricerca attiva dei casi nelle comunità, indagare ogni allarme entro 24 ore e garantire il follow-up quotidiano per 21 giorni dei contatti.
Particolare attenzione è rivolta anche ai decessi che avvengono fuori dai centri di trattamento, veri e propri punti ciechi della sorveglianza. Sul fronte della prevenzione, si raccomanda di rinviare gli eventi di massa nelle zone a trasmissione attiva e di adottare misure restrittive come la riduzione dell'affollamento nei locali pubblici e il limite a una persona per i trasporti in motocicletta.
Non manca un appello alla comunità internazionale e alle parti in conflitto, con la richiesta di una tregua umanitaria di almeno sei mesi per consentire alle squadre mediche di raggiungere le popolazioni più isolate, un passaggio che il direttore dell'ufficio regionale per l'Africa, Mohamed Yakub Janabi, ha definito come il vero banco di prova per la riuscita della risposta.
La violenza contro chi cura: operatori nel mirino
A rendere la situazione ancora più delicata è il clima di violenza che si è creato intorno alle operazioni di soccorso. La Croce Rossa ha denunciato una serie di attacchi che hanno preso di mira i propri volontari, trasformando gli uomini e le donne che cercano di fermare il virus in bersagli. Solo nella settimana precedente al 24 agosto, sei operatori sono rimasti feriti in tre distinti episodi.
Il 17 agosto, ad Aru, nella provincia dell'Ituri, un convoglio della Croce Rossa ugandese è stato assalito, un membro della squadra è rimasto gravemente ferito e due ambulanze sono state vandalizzate. Il giorno dopo, a Malikuti, nell'Haut-Uélé, due volontari sono stati aggrediti mentre tentavano di effettuare una sepoltura in sicurezza. La violenza si è ripetuta il 19 agosto a Beni, nel Nord Kivu, con altri tre volontari feriti e materiali distrutti.
Dall'inizio dell'epidemia, a metà maggio, sono stati contati 11 episodi di violenza, che hanno provocato il ferimento di 12 volontari e ingenti danni alle ambulanze e alle attrezzature. Un fenomeno che non solo mette a rischio le vite degli operatori, ma mina alla radice la capacità di contenere un'epidemia che, in assenza di un vaccino approvato specificamente contro il ceppo Bundibugyo, può contare solo sulla dedizione e sul coraggio di chi lavora in prima linea.
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