Long covid, la terapia degli anticorpi che ha restituito la vita a un atleta di 39 anni
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Salute
-
Era un uomo che correva, che si allenava, che magari nemmeno pensava a cosa volesse dire doversi fermare dopo qualche decina di metri per riprendere fiato. Poi il Covid, anzi due volte il Covid, e quel fisico allenato – una macchina perfetta, a sentire chi lo conosceva – si è trasformato in una gabbia. A 39 anni, e questa è la parte più crudele, non riusciva più ad alzarsi dal letto. Figuriamoci salire le scale, quel gesto banale che si compie senza pensarci, per lui era diventato un’impresa titanica. Uscire con gli amici per un caffè? Un miraggio. E c’era di più: la memoria, quella che ti serve per leggere un articolo o seguire una conversazione, lo tradiva sistematicamente. Non ricordava ciò che aveva letto dieci minuti prima. Confuso, stordito, svuotato. Era l’ombra di sé stesso.
La doppia infezione e la discesa nella nebbia cognitiva
Prima di incontrare il Sars-CoV-2, due volte, era sano e atletico. Nessuna patologia preesistente, nessun campanello d’allarme. Ma dopo la seconda infezione, il virus gli ha lasciato addosso un peso invisibile: il Long Covid nella sua forma più grave. I medici parlano di “fatigue”, una stanchezza invalidante che non passa con il riposo, e di “brain fog” – quella nebbia cognitiva che rende la mente lenta, impastata, inaffidabile. A questi sintomi si sono aggiunti insonnia persistente, disturbi di memoria e una difficoltà imbarazzante nel portare a termine le faccende quotidiane più semplici. Per mesi, nessuna delle terapie tentate ha prodotto risultati duraturi. Provava farmaci, riposo forzato, persino cambiamenti drastici nell’alimentazione. Niente.
Lo studio Spallanzani-Bambino Gesù e il trattamento con immunoglobuline
La svolta è arrivata da un approccio terapeutico già noto in altre malattie autoimmuni, ma ancora sperimentale per il Long Covid. Un trattamento con immunoglobuline ad alte dosi – anticorpi somministrati per via endovenosa – ha cambiato il corso della storia clinica di quest’uomo. L’idea di base, verificata poi nello studio congiunto tra l’Istituto Spallanzani di Roma e l’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù, è che il Long covid grave sia alimentato da un’infiammazione cronica e disordinata. Le immunoglobuline, in pratica, agirebbero come un “pompiere” molecolare, spegnando quell’incendio silenzioso che consuma energia e lucidità. Il caso è stato pubblicato su «The Lancet Infectious Diseases», una delle riviste scientifiche più autorevoli al mondo.
La guarigione, i dettagli del caso e il valore della ricerca
Il 39enne, dopo il ciclo di terapia, ha gradualmente ripreso a vivere. La stanchezza ha cominciato ad arretrare, la nebbia a diradarsi. Ha ricominciato a leggere senza perdere il filo, a uscire di casa, a fare quelle scale che prima sembravano una montagna. Non si parla di un miglioramento parziale, ma di un recupero sostanziale che gli ha restituito un’esistenza normale. Il trattamento non è privo di complessità – le immunoglobuline sono costose, richiedono somministrazione ospedaliera e non sono adatte a tutti – ma il risultato apre una strada concreta per chi, ancora oggi, vive prigioniero della stessa sindrome. Nel 2024, va ricordato, il Long Covid continuava a colpire non solo anziani e fragili, ma anche persone giovani e sportive come lui. E mentre Donald Trump siede nuovamente alla Casa Bianca, con tutto ciò che questo comporta per le politiche sanitarie globali, la ricerca italiana intanto produce un dato sperimentale che per molti pazienti potrebbe rappresentare una svolta.




