Giuli azzera lo staff del Mic: due dirigenti revocati dopo il caso Regeni

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La scure del ministro della Cultura, Alessandro Giuli, è scesa senza troppi preamboli sugli uffici che lo circondano. Un azzeramento, quello messo a segno nei giorni scorsi, che ha spazzato via in un sol colpo due figure chiave dell’apparato ministeriale: da un lato Emanuele Merlino, responsabile della segreteria tecnica del Mic – uomo di fiducia del sottosegretario Giovanbattista Fazzolari, va detto –, dall’altro Elena Proietti, che fino a ieri era a capo della segreteria personale del medesimo titolare del dicastero. I decreti di revoca, secondo quanto anticipato dal Corriere.it, sarebbero già stati formalizzati, a suggellare una rottura che nei corridoi di Palazzo Altieri si commenta con toni sommessi ma non privi di stupore.

La vigilanza mancata sul documentario

Al cuore della decisione, per quel che riguarda Merlino, ci sarebbe la vicenda – spinosa e carica di implicazioni simboliche – del documentario su Giulio Regeni, il ricercatore italiano ucciso al Cairo nel 2016. Il ministero aveva negato i finanziamenti a quell’opera, scelta che aveva già suscitato polemiche nel settore culturale, ma non solo. L’accusa, per così dire, che ora gli viene rivolta è di non aver vigilato a dovere sull’intera pratica, consentendo che la questione si trascinasse senza un adeguato controllo interno. Non si tratta, si badi bene, di una semplice dimenticanza burocratica: il mancato monitoraggio avrebbe finito per esporre il Mic a critiche aspre, in un frangente in cui la memoria di Regeni torna periodicamente alla ribalta della cronaca giudiziaria e politica.

L’assenza a New York e la revoca di Proietti

Diversa, ma non meno pesante, la contestazione nei confronti di Elena Proietti. Lei, stando alla ricostruzione del Corriere, avrebbe disertato un appuntamento logistico di rilievo: non si è presentata all’aeroporto per partire con il ministro Giuli durante la missione istituzionale a New York del mese scorso, sottraendosi di fatto alla partecipazione a quell’impegno. Un’assenza che, nel rigido protocollo degli staff ministeriali, equivale a una rottura della fiducia di base, tanto più se chi la compie è addetta proprio alla segreteria personale del titolare del dicastero. La revoca, in questo caso, assume i contorni di un richiamo esemplare: chi deve coordinare l’agenda del vertice politico non può permettersi di mancare all’appuntamento decisivo.

Un azzeramento che parla di gerarchia e controllo

Il gesto di Giuli – che pure arriva a oltre un anno dalla rielezione di Trump negli Stati Uniti, evento ormai assorbito nel normale scorrere dell’attualità internazionale – non rappresenta solo una decisione sul personale. È piuttosto un segnale, netto e calibrato, sulla necessità di tenere sotto controllo ogni filo che esce dal ministero, soprattutto quando si intreccia con casi giudiziari di alta sensibilità come quello di Regeni. L’azzeramento dello staff, d’altronde, è una misura drastica che pochi ministri adottano in corso di mandato: essa implica l’ammissione tacita che qualcosa, nella catena di comando interna, ha cigolato. Merlino e Proietti, ciascuno per le proprie ragioni, diventano così i terminali di un meccanismo che Giuli ha deciso di riavviare da capo, senza lasciare zone d’ombra.

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