Rolling Stones, «Foreign Tongues» tra gelosia e apocalisse: il nuovo album traccia la mappa dell’umano

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   Sono passati quarantaquattro anni da quando i Rolling Stones, nel pieno di una tournée americana che li avrebbe visti protagonisti sui palchi di mezzo continente, decisero di confezionare un doppio live intitolato "Still life". Un gioco di parole, in fondo, che nella lingua inglese significa "natura morta" ma che i diretti interessati, con quella sottile vena autoironica che non li ha mai abbandonati, preferirono interpretare come "ancora vita".

All'epoca avevano trentotto anni, una cifra che per i canoni del rock duro e puro cominciava a essere considerata un'età da pensionandi, e invece quel titolo si rivelò profetico. Perché i Rolling Stones sono ancora qui, inarrestabili e irraggiungibili, pronti a pubblicare "Foreign Tongues", il venticinquesimo album della loro sterminata discografia, in uscita il 10 luglio e anticipato oggi dal singolo "Jealous Lover".

Il ritorno dopo Hackney Diamonds e la vena creativa ritrovata

Tre anni fa, con "Hackney Diamonds", la band aveva rotto un silenzio discografico che durava da diciotto anni (se si eccettuano le cover di "Blue & Lonesome"), e il risultato fu un Grammy Award come migliore album rock del 2025, oltre a un'accoglienza entusiasta da parte di quella che, per comodità, si potrebbe definire la loro nutrita schiera di ascoltatori. Ma già allora, a sentire le parole di Mick Jagger, si respirava un'aria diversa rispetto ai progetti precedenti.

"Quando abbiamo realizzato Hackney Diamonds avevamo molto materiale, cosa che ogni tanto accade e ogni tanto no", ha fatto sapere il frontman, lasciando intendere che il serbatoio creativo era tutt'altro che esaurito. Così, mentre molti dei loro colleghi (o ex tali) si accontentano di cavalcare il proprio mito con tour nostalgici e ristampe rimasterizzate, gli Stones hanno scelto di mettere nuovamente la testa in studio, trasformando quegli scarti, quelle idee rimaste nel cassetto, in un disco che suona come una continuazione ma che, a sentire i diretti interessati, è anche qualcosa di meglio.

Jealous Lover e Divine Intervention: il dittico che apre il disco

Il nuovo lavoro, che abbiamo avuto modo di ascoltare in anteprima, si apre idealmente con due singoli pubblicati in simultanea, "Jealous Lover" e "Divine Intervention", che compongono un dittico tematico di quelli che non passano inosservati. Da un lato la gelosia, sentimento basso e viscerale, che Jagger interpreta con la verve del seduttore ormai maturo ma ancora furbo, capace di giocare con le parole e con le note come un tempo; dall'altro l'apocalisse, o meglio l'idea di una fine imminente e ineluttabile, che la band affronta con la consueta, straripante potenza sonora.

È una mossa che rivela una lucidità narrativa sorprendente, perché i due brani non sono semplicemente due canzoni messe lì per caso, ma costruiscono un asse cartesiano su cui misurare l'intera esperienza umana: da un lato la miseria terrena dei sentimenti, con tutte le loro contraddizioni e le loro meschinità, dall'altro l'imponenza di un destino che non si può controllare. Il tutto, naturalmente, avvolto in una veste musicale che attinge a piene mani dal rock, dal blues e da quelle influenze globali che già il titolo "Foreign Tongues" lascia presagire.

L'emozionante contributo di Charlie Watts e i cameo illustri

Tra le tracce che compongono l'album, ce n'è una che porta con sé un peso emotivo particolare, e che vedrà la luce grazie a una registrazione effettuata poco prima della scomparsa di Charlie Watts, avvenuta nel 2021. Lo storico batterista, anima ritmica della formazione per oltre cinquant'anni, ha lasciato un contributo che i compagni di una vita hanno deciso di includere come omaggio, quasi come un sigillo ideale su un progetto che, in qualche modo, porta con sé il suo spirito.

Non è l'unica sorpresa, perché tra gli ospiti d'eccezione spicca il nome di Paul McCartney, la cui presenza, più che un semplice cameo, aggiunge un ulteriore tassello a quel dialogo ideale tra due dei mostri sacri della musica britannica. Il disco, insomma, si presenta come un intarsio di stili e di suggestioni, capace di spaziare dal rock più sporco a incursioni in territori meno battuti, senza mai perdere quella carica vitale che è sempre stata il marchio di fabbrica degli Stones.

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