Il cammino dei portabandiera, da Chamonix 1924 al duplice rito di Milano-Cortina

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Redazione Sport Redazione Sport   -   Quando, nella fredda atmosfera di Chamonix nel 1924, il bobbista Leonardo Bonzi sollevò per primo il tricolore italiano di fronte al mondo, pochi avrebbero potuto immaginare che stava dando il via a una tradizione carica di simbolismo, destinata a evolversi attraverso le epoche dello sport nazionale. Quel gesto, in apparenza semplice, segnava l'inizio di un percorso che, attraverso le figure degli atleti prescelti, avrebbe riflesso non solo i successi agonistici ma anche l'identità stessa delle diverse generazioni di campioni. Negli anni Cinquanta e Sessanta, del resto, a ricevere l'onore furono spesso i protagonisti assoluti delle rispettive discipline, in un'epoca in cui il ruolo aveva un carattere quasi monocratico, concentrando su di sé l'intera rappresentanza di una nazione. La svolta, come spesso accade nella storia olimpica, giunque con gli anni Ottanta e Novanta, periodo che, com'è noto, coincise con un'autentica esplosione di talenti per lo sport invernale azzurro, portando alla ribalta nomi che hanno scritto pagine indimenticabili.

Una cerimonia diffusa e senza precedenti

La tradizione, però, non è statica e l'edizione di Milano-Cortina 2026 si appresta a rompere gli schemi consolidati, introducendo una formula inedita che rispecchia la natura plurale dei Giochi. Le cerimonie di apertura, infatti, non si concentreranno in un unico stadio ma si dipaneranno in maniera diffusa tra Milano, sede principale dello spettacolo, Predazzo, Cortina d'Ampezzo e Livigno, creando un evento policentrico e profondamente radicato nel territorio. Un'innovazione di portata storica, questa, che vedrà per la prima volta l'accensione di due fiamme olimpiche, destinate a bruciare simultaneamente per tutta la durata della manifestazione: una nell'urbana cornice milanese dell'Arco della Pace e l'altra nel cuore dolomitico di Piazza Dibona a Cortina, in un dualismo geografico e simbolico che caratterizza l'intera organizzazione.

Le scelte delle rappresentanze nazionali

In questo quadro rivoluzionario, anche la scelta dei portabandiera da parte dei comitati olimpici nazionali assume contorni particolari, spesso privilegiando la rappresentanza plurima. La Svizzera, ad esempio, ha indicato due atleti di alto profilo: Fanny Smith, nello sci freestyle, e Nino Niederreiter, l'hockeista su ghiaccio plurivicecampione del mondo che sfilerà a Milano. Una scelta binaria che sembra allinearsi allo spirito duplice di questi Giochi. Dall'altra parte, per la Repubblica Ceca, l'onore è stato conferito alla biathleta Marketa Davidova, la quale guiderà la delegazione nel percorso cerimoniale. Mentre la lista degli alfieri si completa, emergono inevitabilmente i confronti con il passato recente: a Pechino 2022, per fare un esempio, la Bulgaria aveva affidato il proprio vessillo alla sola biathleta Maria Zradkova, allora ventitreenne, in un'edizione che vide comunque una prevalenza di portabandiera singoli.

L'eredità e il significato di un ruolo

Oltre alla coreografia e all'innovazione del formato, resta centrale il significato intrinseco del ruolo dell'alfiere, che trascende il momento della sfilata per incarnare un passaggio di testimone ideale tra le leggende del passato e i campioni del presente. Quel primo, solitario tricolore di Bonzi ha aperto una strada poi calcata da giganti dello sport, i cui successi hanno contribuito a scrivere la storia stessa delle Olimpiadi invernali. Oggi, in un'era di condivisione dell'onore e di cerimoniali frammentati su più location, il gesto di reggere l'asta della bandiera conserva intatta la sua carica emotiva e rappresentativa, sintetizzando in sé le speranze di un'intera squadra e il peso di una tradizione che, pur rinnovandosi nelle forme, mantiene inalterato il proprio nucleo di orgoglio nazionale e identità sportiva.

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