Powell a Jackson Hole apre alla possibilità di un taglio dei tassi, la Casa Bianca replica: “Troppo tardi”
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Redazione Economia
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Nel scenario incontaminato del Wyoming, tra le cime del Grand Teton, si è consumato l’annuale rito finanziario di Jackson Hole, appuntamento che dal 1982 riunisce i banchieri centrali di tutto il mondo per delineare, in maniera spesso informale, le traiettorie della politica monetaria globale. L’edizione di quest’anno, il cui simposio è stato dedicato alle trasformazioni dei mercati del lavoro, è stata particolarmente scrutata per il discorso di Jerome Powell, presidente della Federal Reserve, atteso per dare segnali chiari dopo un periodo di forte incertezza sui mercati.
Powell, nel suo intervento di venerdì 22 agosto, ha dichiarato al pubblico che “le prospettive di base e il mutato equilibrio dei rischi potrebbero giustificare un adeguamento della nostra politica monetaria”, aggiungendo che il Federal Open Market Committee prenderà le sue decisioni “basandosi esclusivamente sulla loro valutazione dei dati”. Un linguaggio cauto, com’è nel suo stile, che tuttavia per la prima volta dopo mesi di posizione rigidamente accomodante ha introdotto concretamente la possibilità di un alleggerimento del costo del denaro.
La sua apertura, sebbene condizionata da avvertimenti circa un “calo rapido e anomalo” sia dell’offerta che della domanda di lavoro e da timori inflattivi legati alla guerra dei dazi, è stata sufficiente per rianimare parzialmente gli indici di Wall Street, reduci da una sessione di giovedì caratterizzata da diffusa debolezza e cautela. Gli investitori, che da tempo attendevano un segnale di flessibilità della banca centrale, hanno accolto con favore queste dichiarazioni, interpretandole come un primo passo verso una politica più favorevole alla crescita.




