Il capitano della Danimarca: “Conta solo che stia bene”. Eriksen rivive l’incubo del 2021: collasso in campo e partita sospesa

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Redazione Sport Redazione Sport   -   Odense rivive il trauma collettivo che sembrava sepolto nei ricordi degli Europei del 2021, quando il cuore di Christian Eriksen si fermò per un lungo, interminabile istante. Il trequartista danese, oggi 34enne, si è accasciato al suolo durante l’amichevole contro l'Ucraina dopo essersi portato una mano al petto, un gesto che ha immediatamente riacceso l’ansia nei compagni e negli oltre ventimila spettatori presenti allo stadio.

La rapidità dei soccorsi, stavolta, ha restituito coscienza al giocatore in pochi secondi, tanto che il medico della selezione, Morten Boesen, ha potuto confermare che il calciatore è uscito dal campo camminando sulle proprie gambe. Il match, vinto virtualmente dalla Danimarca per 2-1, è stato prima interrotto e poi definitivamente sospeso dall’arbitro, mentre la federazione locale rassicurava il mondo: “Eriksen è cosciente e, date le circostanze, sta bene”.

Il peso del defibrillatore: quando il salvavita entra in azione

Da quella tragica giornata del 12 giugno 2021, la vita professionale di Eriksen è appesa a un dispositivo delle dimensioni di una scatola di fiammiferi, un defibrillatore impiantato sottocute (ICD) che monitora costantemente il ritmo cardiaco. Secondo le prime dichiarazioni dello staff medico danese, quel meccanismo ha funzionato come previsto: il giocatore ha perso conoscenza solo per alcuni istanti, probabilmente a causa di un’aritmia che l’apparecchio ha corretto immediatamente con una scarica elettrica.

È una tecnologia che, se da un lato gli ha permesso di tornare a giocare ai massimi livelli (dal Brentford al Manchester United fino all’attuale Wolfsburg), dall’altro lo costringe a convivere con l’incognita di un’anomalia cardiaca non completamente risolta, tanto che la severa normativa italiana gli ha di fatto precluso il ritorno in Serie A dopo l’addio all’Inter.

La paura negli spogliatoi: “Ho rivissuto quei momenti”

L’impatto psicologico dell’accaduto è stato devastante per una squadra che porta ancora addosso le cicatrici di Copenhagen. Pierre-Emile Højbjerg, capitano e leader carismatico di questa nazionale, ha descritto a caldo la sensazione di vuoto provata nel vedere il compagno toccarsi il petto e poi crollare in area di rigore.

“Mi sono spostato sul lato del campo, ma quando mi sono girato ho visto Eriksen che stava andando a terra”, ha raccontato, evidenziando come la reazione immediata dei calciatori sia stata quella di creare un cordone umano per proteggere la scena e facilitare l’intervento dei sanitari. Il c.t.

Brian Riemer ha ammesso che l’evento è stato scioccante sia per chi aveva vissuto il dramma del 2021 sia per i nuovi arrivati in squadra, mentre i tifosi presenti hanno scandito il nome del 34enne al momento della sua uscita in barella, un omaggio che ha rotto il silenzio tombale dello stadio.

Dalla rianimazione al campo: una carriera segnata dal rischio

Quello che successe cinque anni fa contro la Finlandia rappresentò un caso di scuola nella medicina dello sport: un arresto cardiaco in campo, la rianimazione cardio-polmonare praticata sul posto e l’uso del defibrillatore esterno che gli strappò letteralmente il cuore dalla “zona grigia” della morte. L’allora capitano Simon Kjær fu celebrato per la prontezza con cui gli liberò le vie aeree, un gesto che, unito all’efficienza dei medici, trasformò una potenziale tragedia in una storia di resilienza.

Oggi, però, la recidiva del malore riapre inevitabilmente il dibattito sui limiti fisici di chi gioca con un pacemaker; sebbene il comunicato ufficiale parli di accertamenti in corso all’ospedale di Odense per determinare la causa scatenante del nuovo episodio, il fatto concreto è che un atleta professionista si sia accasciato nuovamente a causa di un problema al cuore, gettando un’ombra lunga sul prosieguo della sua carriera.

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