Eriksen, il nuovo malore e quella paura che non passa mai. Parla il cardiologo: «Il defibrillatore gli ha salvato la vita»
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Redazione Sport
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Il boato che si gelò in gola a Copenaghen nel 2021, quando Christian Eriksen cadde come un albero reciso sotto gli occhi di un mondo intero sconvolto, è tornato a farsi sentire domenica scorsa allo stadio Nature Energy Park di Odense. Cinque anni dopo quell’arresto cardiaco che sembrò un’esecuzione capitale, il centrocampista danese – oggi in forza al Wolfsburg – si è nuovamente accasciato sul prato verde durante l’amichevole contro l’Ucraina.
La scena, per quanto agghiacciante, ha però offerto un finale inatteso: Eriksen, cosciente e assistito dai compagni che gli hanno subito fatto scudo come già avevano fatto Simon Kjaer e i suoi, si è rialzato sulle proprie gambe e ha lasciato il campo camminando. La partita, sul 2-1 per i danesi, è stata immediatamente sospesa e poi abbandonata, un dettaglio che impallidisce davanti alla sostanza della notizia: la vita, questa volta, non ha nemmeno dovuto essere rianimata.
Il racconto del medico: «Breve perdita di coscienza, poi il risveglio»
Ad accendere un faro di razionalità in mezzo al panico ci ha pensato il dottor Morten Boesen, lo stesso medico della nazionale che già si trovò a dover strappare Eriksen alla morte cinque anni fa. Le sue dichiarazioni, filtrate dagli ambienti della federazione danese, hanno avuto il sapore amaro di una consolazione tecnica. «Sta bene, è uscito dal campo da solo. A quanto pare, il pacemaker ha funzionato correttamente», ha spiegato Boesen, rivelando un dettaglio agghiacciante ma fondamentale per comprendere la dinamica.
«Ha perso conoscenza per un breve istante – forse pochi secondi – ma si è ripreso subito. Lo abbiamo contattato immediatamente e lui stesso mi ha chiesto di salutare tutti i compagni, dicendo che sta bene». Un messaggio di rassicurazione che, nella sua asciuttezza, restituisce l’efficacia della medicina applicata al calcio moderno, dove il terrore lascia il posto a un’analisi clinica quasi spietata della sopravvivenza.
La perdita di coscienza è stata tale solo per un istante, un intervallo di tempo sufficiente a riaprire vecchie ferite ma non a fermare il cuore del giocatore.
Il punto del professor Inama: «Il dispositivo ha evitato il peggio»
Se l’occhio nudo ha visto Eriksen toccarsi il petto e poi crollare, l’occhio del cardiologo ha letto quel gesto come il segnale di una scarica elettrica interna. Giuseppe Inama, responsabile dell’Unità Operativa di Cardiologia dell’istituto Figlie di San Camillo di Cremona e past president della Società Italiana di Cardiologia dello Sport, ha analizzato l’episodio con la lucidità di chi conosce quei meccanismi come le proprie tasche.
«Non sappiamo con esattezza cosa sia successo, ma possiamo ipotizzare una tachiaritmia ventricolare molto rapida, evoluta in fibrillazione ventricolare», spiega Inama, «la condizione che determina l’arresto cardiaco. A differenza del 2021, però, questa volta il sistema di protezione – il defibrillatore sottocutaneo impiantato nel torace di Eriksen – ha funzionato come previsto».
Il dolore toracico lamentato dal giocatore, e che molti hanno visto tradursi in quel gesto prima del crollo, sarebbe stato probabilmente causato proprio dalla scarica elettrica erogata dall’apparecchio; una scossa che, seppur dolorosa, ha interrotto l’aritmia in pochi secondi, evitando che la situazione degenerasse in un arresto completo. In parole povere, la macchina ha fatto il suo dovere mentre il cuore provava a impazzire, riportando l’ordine nel caos prima che fosse necessario un intervento esterno.
L’abbraccio di Lautaro e la paura di quella cena del 2021
Se la medicina ha vinto, la psicologia ha invece subito un duro colpo. Basta guardare le reazioni a caldo per capire come quell’immagine abbia rievocato fantasmi che si credevano sepolti. Sui social, a spezzare l’ansia collettiva, è arrivato il messaggio asciutto e fraterno di Lautaro Martinez, l’attaccante dell’Inter che con Eriksen ha condiviso lo spogliatoio di Milano. «Forza fratello» ha scritto il Toro commentando il post rassicurante dell’ex compagno, mentre la stessa società nerazzurra e l’ex presidente Steven Zhang hanno espresso la loro vicinanza al giocatore.
Tuttavia, è un retroscena passato – raccontato in quei giorni terribili post-Europeo – a restituire la misura dello choc psicologico. Quella sera, dopo il 12 giugno 2021, i nazionali danesi si ritrovarono a cena con le famiglie per esorcizzare il terrore vissuto. A un certo punto, Eriksen si alzò per andare in bagno. I compagni si scambiarono sguardi preoccupati perché tardava a tornare. Sabrina, sua moglie, scoppiò a piangere in preda a una crisi di panico. Fortunatamente, era solo un falso allarme.
Ma quella scena, quella fragilità umana dietro l’atleta, è la fotografia più vera di una condanna che Eriksen si porterà addosso per sempre, anche quando la scienza dice che i suoi dispositivi funzionano.




