Vieste, la figlia portò la madre in ospedale con l'auto e ora è indagata per omicidio colposo: disposta la riesumazione della salma

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La procura di Foggia ha iscritto nel registro degli indagati Maria Teresa Ciuffreda, la donna che la notte del 31 agosto dello scorso anno, dopo avere atteso invano per circa un’ora un mezzo di soccorso, decise di caricare la madre, Antonia Notarangelo, sulla propria autovettura per trasferirla dal punto di primo intervento di Vieste all’ospedale Casa Sollievo della Sofferenza di San Giovanni Rotondo, un tragitto di decine di chilometri lungo la litoranea del Gargano che la settantottenne, però, non completò mai viva. Il sostituto procuratore Matteo Stella, che coordina le indagini, ha contestato alla figlia, così come a tre operatori sanitari della struttura viestana, il reato di concorso in omicidio colposo, un’ipotesi che configura un paradosso giudiziario su cui l’avvocato Michele Sodrio, difensore della Ciuffreda, ha voluto subito puntare i riflettori: la madre morì tra le braccia della figlia mentre questa tentava disperatamente di supplire a quelle che, stando alla ricostruzione dei familiari, sarebbero state gravi carenze nell’assistenza sanitaria locale.

L’anziana, secondo quanto emerse nei giorni successivi al decesso e che venne raccontato in una lettera aperta dal figlio Pasquale, si era sentita male e, dopo la chiamata al 118, alla famiglia era stato comunicato che tutte le ambulanze del territorio risultavano impegnate, consigliando comunque di raggiungere il pronto soccorso di Vieste dove, però, quella sera non sarebbe stato presente alcun medico in grado di visitare la paziente né tantomeno di valutarne appropriatamente le condizioni cliniche, condizioni che con il passare dei minuti, nell’attesa, probabilmente andavano aggravandosi. La decisione, maturata nella disperazione di non vedere arrivare soccorsi e di fronte all’inerzia di un sistema che di fatto lasciava una famiglia sola di fronte a un’emergenza, fu quella di mettersi in viaggio verso San Giovanni Rotondo, ma la donna, all’altezza della località Baia delle Zagare, a pochi chilometri dal paese d’origine, cessò di vivere.

La riesumazione disposta per fare luce sulle cause del decesso e sulle responsabilità dei sanitari

Per fare piena chiarezza su una vicenda che aveva suscitato profondo sconcerto nell’opinione pubblica garganica, la procura ha disposto la riesumazione della salma della Notarangelo, attualmente sepolta nel cimitero comunale di Vieste, e il conseguente esame autoptico, un accertamento tecnico qualificato come non ripetibile che sarà eseguito il prossimo 17 marzo presso il Policlinico Riuniti di Foggia e che servirà a determinare con precisione le cause del decesso, le quali potrebbero risultare determinanti per comprendere se un tempestivo intervento medico o un differente approccio terapeutico avrebbero potuto scongiurare l’esito fatale. L’autopsia, come si legge negli atti depositati, dovrà verificare l’esistenza di eventuali violazioni di cautele o di regole di condotta nell’approccio diagnostico, terapeutico e assistenziale che hanno riguardato la paziente nelle ore precedenti alla morte, e dunque accertare se vi sia un nesso causale tra le presunte omissioni dei sanitari, che non avrebbero rilevato la gravità della situazione, e il successivo tracollo avvenuto in automobile. Accanto alla figlia, la cui posizione appare per i magistrati da scrutinare con la stessa attenzione, risultano indagati tre operatori sanitari, dei quali non sono state rese note le generalità, che quella notte erano in servizio al punto di primo intervento di Vieste e che, secondo la denuncia della famiglia, si sarebbero limitati a suggerire di ripresentarsi l’indomani.

Undici sono le parti offese che si sono costituite nel procedimento, tutti familiari della vittima, i quali attendono ora che la consulenza tecnica faccia piena luce su una notte drammatica, quella tra il 30 e il 31 agosto, in cui una donna perse la vita lungo una strada statale, in mezzo al nulla, mentre sua figlia la stringeva nel disperato tentativo di tenerla in vita abbastanza a lungo da raggiungere un ospedale che, sulla carta, distava poco più di sessanta chilometri. L’avvocato Sodrio, che difende Maria Teresa Ciuffreda, ha già annunciato la nomina di un proprio consulente medico legale per partecipare all’autopsia, sottolineando come i sanitari coinvolti starebbero cercando di “scaricare” sulla sua assistita responsabilità che non le competono, trasformando quella che fu una scelta dettata dall’amore filiale e dall’emergenza in una condotta penalmente rilevante. La comunità di Vieste, nel frattempo, osserva con apprensione l’evolversi di una storia che ha riacceso il dibattito sulle cronache carenze della sanità pubblica in un territorio già segnato da difficoltà logistiche e organizzative, una storia in cui il dolore di una famiglia rischia di intrecciarsi inestricabilmente con i meccanismi talvolta spietati della giustizia penale.

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