Neve in caduta libera: sulle Alpi manca oltre il 75% del manto bianco

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Redazione Interno Redazione Interno   -   L'inverno, che pure il calendario segna già iniziato, stenta a mostrare il suo volto più autentico sulle regioni alpine, dove il termometro ostinatamente al di sopra delle medie stagionali e la pioggia a quote inusuali stanno disegnando un paesaggio inedito e preoccupante. La percezione di un cambiamento ormai strutturale, che molti hanno avvertito semplicemente scegliendo un giubbotto più leggero per uscire di casa, trova conferma in dati inequivocabili: al 17 dicembre, rispetto alla media del periodo 2011-2025, si registra un deficit di neve che supera il 75%, toccando il 78,1% in Trentino e una percentuale analoga in Alto Adige. Lo zero termico, salito fino a quote proibitive intorno ai tremila metri nell'ultima settimana, non solo ha impedito qualsiasi innevamento naturale ma ha anche reso vana, in molti comprensori, la possibilità di ricorrere a quello artificiale, lasciando scoperte le piste sotto i millecinquecento metri e trasformando il previsto biancore in distese di fango e terra.

Una crisi idrica annunciata

Oltre alle immediate ripercussioni sul turismo invernale, con località un tempo rinomate che si trovano ad affrontare le festività natalizie in condizioni tutt'altro che ottimali, l'assenza di neve porta con sé un'incognita ben più grave per i mesi a venire. Gli esperti, del resto, monitorano con apprensione non solo lo spessore del manto ma soprattutto il cosiddetto Snow Water Equivalent, l'indicatore che misura la riserva d'acqua immagazzinata nella neve e destinata a sciogliersi in primavera. Il deficit nazionale di questo parametro, stimato attorno al 61%, prefigura scenari di siccità estiva di notevole entità, poiché quella fusione rappresenta da sempre una fonte cruciale per i bacini idrici, i fiumi e l'agricoltura di vastissime aree del paese, la cui economia e il cui equilibrio ambientale potrebbero essere severamente messi alla prova.

Il quadro preoccupante del nord-est

La situazione appare omogeneamente critica lungo tutto l'arco alpino, dalle Dolomiti alle Prealpi venete. Mattia Gussoni, meteorologo, ha fornito un'istantanea eloquente della regione, dove dall'Altopiano di Asiago ad Arabba, fino a Cortina d'Ampezzo, i prati sono in larga parte scoperti e le piste funzionano a singhiozzo, confidando in un improvviso e drastico calo delle temperature che, al momento, non sembra affacciarsi all'orizzonte. La neve, laddove presente, rimane confinata alle quote più elevate, al di sopra dei duemila metri, creando una frattura visiva e funzionale nel territorio e lasciando scoperte quelle malghe e quelle pendici che normalmente, in questo periodo, dovrebbero essere già sepolte sotto una coltre protettiva.

Le implicazioni di un nuovo clima

Questo inverno anomalo, che segue una tendenza ormai consolidata negli ultimi anni, non costituisce un episodio isolato ma un tassello di un mosaico climatico profondamente mutato, le cui conseguenze si estendono ben oltre la stagione turistica. La riduzione drammatica degli accumuli nevosi, unita al ripetersi di eventi piovosi intensi anche in stagioni un tempo rigide, altera il ciclo idrogeologico, accresce i rischi di dissesto e impone una riflessione sulla gestione delle risorse idriche e sulla pianificazione delle attività economiche legate alla montagna. La montagna stessa, d'altronde, con i suoi ecosistemi delicati, deve fare i conti con un mutamento così rapido da mettere a rischio la sopravvivenza di specie vegetali e animali adattate a condizioni ben diverse.

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