Migranti, al Consiglio d’Europa passa la linea italiana: “Cambio di rotta grazie al governo Meloni”
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Interno
-
La sessione del Comitato dei ministri del Consiglio d’Europa, conclusasi oggi a Chisnau, in Moldova, ha prodotto un’intesa che segna uno scarto significativo rispetto agli equilibri precedenti. I 46 Stati membri – un’organizzazione, occorre ricordarlo, distinta dall’Unione europea a 27 e interamente dedicata alla tutela dei diritti umani – hanno raggiunto un accordo su un testo fortemente voluto da un gruppo di Paesi, tra i quali spiccano l’Italia e il Regno Unito, teso a rendere più snelle le procedure di espulsione per gli stranieri condannati. La novità sostanziale, che secondo i promotori ridurrebbe il rischio di incorrere in sanzioni per violazione dei diritti fondamentali, risiede nella richiesta di una diversa interpretazione della Convenzione europea dei diritti dell’uomo. La Corte di Strasburgo, in passato, aveva più volte stabilito che certi allontanamenti cozzavano con il diritto alla vita familiare – si pensi al carcere che recide i legami affettivi di un detenuto – o esponevano il rimpatriato a trattamenti degradanti nel Paese d’origine.
La svolta negoziale e il ruolo di Fratelli d’Italia
La delegazione italiana, guidata in sede negoziale da Marco Scurria – vicepresidente della Commissione Migrazione del Consiglio d’Europa nonché senatore di Fratelli d’Italia –, ha rivendicato l’esito come un cambio di rotta ascrivibile direttamente all’esecutivo guidato da Giorgia Meloni. “La linea italiana sulla migrazione diventa riferimento per l’Europa”, è il ragionamento che filtra dagli ambienti di maggioranza: un’affermazione che non si limita a celebrare l’accordo, ma ne sottolinea la genesi politica. Secondo Scurria, il governo ha saputo trasformare una questione da tempo percepita come emergenza nazionale in una priorità condivisa a livello continentale. Non si tratta, nelle sue parole, di un semplice aggiustamento tecnico, bensì di un ripensamento degli equilibri tra sovranità statale e tutele giurisdizionali.
I nuovi strumenti: centri di rimpatrio e cooperazione con Paesi terzi
Tra le decisioni più concrete emerse dal vertice moldavo – accanto ad altri temi come il sostegno all’Ucraina, la sicurezza democratica e la lotta alle interferenze straniere (Fimi) – spicca l’adozione di una “nuova interpretazione” della Convenzione che potrebbe facilitare alcune espulsioni, anche verso i cosiddetti centri di rimpatrio ubicati in Paesi terzi. La dichiarazione finale del Consiglio d’Europa è, su questo punto, esplicita: riconosce agli Stati “l’indiscutibile diritto sovrano di decidere e controllare l’ingresso e la permanenza dei cittadini stranieri” e ammette la possibilità di adottare “nuovi approcci” per scoraggiare la migrazione irregolare. Tra questi vengono menzionati l’elaborazione delle richieste di protezione internazionale in un Paese terzo, i centri di rimpatrio extraterritoriali e la cooperazione rafforzata con i Paesi di transito. La condizione, ribadita con cautela, è che tutto ciò avvenga senza abdicare agli obblighi derivanti dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo: un vincolo che i giudici di Strasburgo, in futuro, potranno comunque interpretare in modo restrittivo.
Un precedente giudiziario e la reazione della maggioranza
Il nodo, infatti, resta eminentemente giuridico. La Corte europea dei diritti dell’uomo aveva già in più occasioni bloccato o dichiarato illeciti alcuni allontanamenti, appellandosi proprio al diritto alla vita familiare o al divieto di trattamenti disumani e degradanti. Con l’intesa di Chisnau – priva di effetti vincolanti immediati, ma dotata di un forte peso politico – i governi chiedono ora ai giudici di rivedere quella giurisprudenza. Per Fratelli d’Italia, rappresentato alla Camera anche da un comunicato che riprende le parole di Scurria, si tratta di una vittoria che normalizza misure un tempo considerate ai limiti della legittimità. Nessun dettaglio operativo sui singoli casi di cronaca nera che hanno costellato il dibattito sugli espulsi, ma l’orizzonte è chiaro: chi è condannato penalmente potrà essere allontanato con minori ostacoli processuali, sempre che la Corte di Strasburgo decida di allinearsi alla nuova interpretazione. La partita, insomma, si sposta sul terreno delle future sentenze.




