Sanzioni Usa alla Cpi, il giudice Aitala: "Presi di mira come terroristi"
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Redazione Esteri
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Le sanzioni annunciate dagli Stati Uniti contro la Corte penale internazionale stanno producendo effetti concreti sulla vita quotidiana dei magistrati e del personale dell'Aja.
Il presidente aggiunto della Cpi, Rosario Aitala, ha raccontato al Corriere della Sera come le misure abbiano trasformato la routine in una sequenza di ostacoli: le carte di credito vengono revocate, alcune banche hanno chiuso i conti, le assicurazioni rifiutano di rimborsare le spese mediche e revocano i contratti, la maggior parte delle app sul cellulare non funziona più, prenotare un albergo o un volo tramite le piattaforme è vietato.
«Veniamo trattati con gli stessi metodi riservati ai terroristi», ha sintetizzato Aitala, descrivendo un isolamento che colpisce tanto i giudici quanto i collaboratori dell'istituzione.
Il meccanismo delle sanzioni
La decisione del Dipartimento del Tesoro statunitense, resa nota il 9 ottobre, inserisce la Corte penale internazionale nella lista dei soggetti designati speciali e delle persone bloccate. Il segretario di Stato Marco Rubio ha dichiarato che Washington intende proibire le transazioni con quella che ha definito una corte canaglia, tagliandone le risorse e paralizzandone la capacità operativa.
Le misure colpiscono l'istituzione nel suo complesso, estendendo una campagna iniziata nel febbraio 2025 con un ordine esecutivo che aveva già sanzionato giudici e procuratori, tra cui la presidente Tomoko Akane.
Il provvedimento prevede una finestra di 180 giorni per consentire alle imprese e agli individui statunitensi di interrompere i rapporti con la Corte, insieme a licenze generali che autorizzano specifiche transazioni legate alle comunicazioni, ai software aziendali, al pagamento delle pensioni e alle attività concernenti i detenuti. Le aziende che forniscono servizi alla Cpi rischiano a loro volta conseguenze legali, con il risultato di compromettere l'accesso a servizi bancari, assicurativi e tecnologici.
La reazione dell'istituzione dell'Aja
La Corte ha respinto le misure definendole un assalto allo Stato di diritto e alle fondamenta stesse dell'ordine giuridico internazionale. In una nota, la Cpi ha ribadito che nessuno può collocarsi al di sopra della legge e ha annunciato che proseguirà il proprio lavoro in modo indipendente e imparziale, basandosi sul diritto e sulle prove. L'istituzione ha rivolto un appello ai 125 Stati parti dello Statuto di Roma affinché adottino misure concrete per garantirne la sopravvivenza operativa.
Il provvedimento di Washington è arrivato a poche ore dall'assegnazione del premio Nobel per la pace 2026 alla giurista sudafricana Navanethem Pillay, che è stata giudice della stessa Corte. La coincidenza temporale ha alimentato letture politiche dell'iniziativa, mentre l'Alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, Volker Türk, ha definito le sanzioni inaccettabili, sollecitando gli Stati membri a difendere l'istituzione creata con il trattato del 1998.
Il dibattito politico italiano
La vicenda ha avuto un'eco immediata nel dibattito pubblico italiano. Nel corso della trasmissione Accordi&Disaccordi, in onda sul Nove, la giornalista Rula Jebreal ha sostenuto che il nostro Paese avrebbe contribuito alla delegittimazione del diritto internazionale e delle istituzioni che lo incarnano. Secondo Jebreal, quando il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha affermato che «il diritto internazionale vale fino a un certo punto», si è aperta la porta a forze che intendono smantellare i principi dello Stato di diritto.
Jebreal ha citato il caso di Navi Pillay, insignita del Nobel lo stesso giorno in cui la Corte veniva sanzionata, come esempio di un attacco che parte dagli Stati Uniti e da Israele e che rischia di svuotare dall'interno le garanzie giuridiche costruite nel dopoguerra.
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