Ignazio La Russa attacca la Flotilla per Gaza: «Operazioni strumentali e a basso rischio». I manifestanti: «È pirateria»
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Redazione Interno
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Piazza dei Signori si è trasformata ieri nel palcoscenico di una protesta che, partita da Verona, prova a fare da contraltare alle durissime parole arrivate da Milano. A pronunciarle, il presidente del Senato Ignazio La Russa, il quale – intervenendo alla presentazione del libro del ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi – ha definito la missione della Global Sumud Flotilla una mera «operazione propagandistica ad alto contenuto mediatico». Secondo La Russa, i rischi corsi dagli attivisti (decine dei quali sono stati fermati dalla marina israeliana in acque internazionali, a largo di Creta, tra il 29 e il 30 aprile) sarebbero «scarsi»; anzi, avere la «fortuna» di essere fermati per poter poi «gridare alla tortura» rappresenterebbe, a suo avviso, «il massimo che si possa aspettare» da una simile iniziativa. Parole che hanno trovato piena sintonia nel ministro Piantedosi, il quale ha parlato di aiuti «irrisori» rispetto a quelli garantiti dall’esecutivo, bollando la spedizione come un mero esercizio di visibilità.
«Atto di pirateria», la mobilitazione per il rilascio dei due attivisti
A fronte di questa lettura istituzionale, il presidio veronese ha assunto i toni di una condanna senza appello. «La preminenza del diritto internazionale non può essere calpestata e non può prevalere il diritto del più forte», hanno dichiarato i rappresentanti del Comitato Veronese per le Iniziative di Pace, sottolineando come l’abbordaggio delle navi in acque che non appartengono a Israele configuri «un atto di pirateria». L’indignazione del fronte solidale si concentra ora sul destino di due soli attivisti – Thiago Avila e Saif Abukeshek – che, diversamente dalla gran parte dei 175 fermati (già trasferiti in Grecia), risultano ancora trattenuti in Israele. Per loro, le autorità israeliane hanno ottenuto una proroga della detenzione, ipotizzando reati che – secondo i legali di Adalah – sarebbero stati commessi fuori dalla giurisdizione territoriale israeliana.
La controffensiva di Milano e la retorica della “fortuna”
Mentre La Russa auspicava che fossero proprio i fermi a dimostrare l’inconsistenza della missione («quanti palestinesi hanno salvato le flotille? Zero»), Milano ha assistito a una nuova mobilitazione di segno opposto. Davanti a Palazzo Marino, un corteo (qualche centinaio di partecipanti) ha ripreso lo slogan «Siamo tutti Thiago e Saif», chiedendo non solo il rilascio immediato ma anche la rottura del gemellaggio tra il capoluogo lombardo e Tel Aviv. I manifestanti – ignorando le critiche di La Russa sulla presunta ricerca di ribalta – hanno insistito sulla necessità di un intervento diplomatico europeo che ripristini la legalità internazionale, citando l’intervento della marina israeliana come una violazione del principio di libertà di navigazione sancito dal diritto del mare.
Il conflitto narrativo tra “diritto del più forte” e legalità internazionale
Alla base della vicenda, al netro delle opposte narrazioni, restano i contorni giudiziari di un intervento avvenuto in un’area che il diritto internazionale considera al di fuori della giurisdizione esclusiva di Israele. Da un lato, la posizione espressa dal vertice del Senato e dal Viminale tende a ridimensionare l’impatto della Flotilla, liquidandola come una provocazione dai risvolti umanitari nulli; dall’altro, i comitati pacifisti (tra cui realtà sindacali e studentesche) parlano di «spirale di impunità» e chiedono all’Onu di intervenire per scongiurare un cedimento verso la legge del più forte. La Procura di Roma, nel frattempo, ha aperto un fascicolo (ipotesi di reato: sequestro di persona), un segnale che il terreno dello scontro è destinato a restare, almeno per ora, nelle aule di giustizia piuttosto che su quello mediatico invocato da La Russa.




