Eric Dane, l’addio a “McSteamy” tra il sostegno di Johnny Depp e il messaggio per le figlie

Articolo Precedente

precedente
Articolo Successivo

successivo

Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   La notizia della sua scomparsa, giunta giovedì all’età di cinquantatré anni, ha scosso il mondo dello spettacolo, ma il racconto degli ultimi mesi di Eric Dane rivela un uomo che, nonostante la brutalità della sclerosi laterale amiotrofica, ha affrontato il proprio destino con una determinazione che pochi avrebbero saputo opporre a una diagnosi tanto spietata. L’attore, divenuto celebre per aver indossato i panni del dottor Mark Sloan, il carismatico chirurgo plastico di Grey’s Anatomy soprannominato “McSteamy”, aveva reso pubblica la sua battaglia solo dieci mesi fa, prestando il volto a campagne di sensibilizzazione per l’associazione I AM ALS e chiedendo, con la voce già segnata dalla malattia, percorsi di cura più rapidi e un futuro migliore per chiunque si trovasse a condividere la sua stessa sorte. La sua è stata una lotta silenziosa, combattuta lontano dai riflettori ma con il sostegno di una rete di affetti e di gesti concreti, tra cui quello, riservato e privo di clamore mediatico, di Johnny Depp.

Il rifugio offerto dall’amico Johnny Depp e il declino fisico raccontato da Patrick Dempsey

Nei momenti più bui, quando la malattia neurodegenerativa aveva già iniziato a progredire in forma aggressiva, Eric Dane ha potuto contare su un aiuto inaspettato ma significativo. L’attore, infatti, ha trascorso gli ultimi mesi della sua vita in una delle proprietà che Johnny Depp possiede a Los Angeles, una casa arroccata sopra il Sunset Strip che il collega gli ha messo a disposizione con un accordo tanto semplice quanto umano: pagami quello che puoi, o anche niente, gli avrebbe detto, nel tentativo di alleviare il peso delle preoccupazioni finanziarie e permettergli di concentrarsi esclusivamente sulla salute e sulla famiglia. Un gesto di generosità privata che ha permesso a Dane di vivere circondato dalla serene colline di Los Angeles, accanto alle figlie Billie e Georgia e all’ex moglie Rebecca Gayheart, la quale, dopo aver presentato istanza di divorzio nel 2018, ha ritirato le pratiche alla notizia della diagnosi per rimanergli accanto fino alla fine. Un quadro di devastazione fisica, quello che ha colpito l’interprete, descritto con dolore dall’amico e collega Patrick Dempsey in un’intervista rilasciata a Virgin Radio UK: nelle ultime settimane, Dane era costretto a letto, con difficoltà crescenti a deglutire e una perdita progressiva della parola, un declino che Dempsey, visibilmente provato, non ha esitato a definire drammatico. Eppure, nonostante la qualità della vita fosse rapidamente precipitata, chi gli è stato vicino lo ha descritto come un uomo dal morale sorprendentemente alto, capace ancora a dicembre di parlare con ironia della sua condizione e di definirsi grato per aver potuto interpretare un pompiere malato di SLA in un episodio della serie Brilliant Minds, un’esperienza che aveva definito catartica.

L’intervista postuma su Netflix e le ultime parole per le figlie

A poche ore dalla notizia del decesso, Netflix ha diffuso Famous Last Words: Eric Dane, una lunga conversazione di cinquanta minuti che l’attore aveva registrato con l’espressa volontà che venisse resa pubblica solo dopo la sua morte. Il progetto, che aveva già visto protagonista la primatologa Jane Goodall, rappresenta l’ultimo, toccante atto di presenza pubblica di un uomo che ha scelto di non sottrarsi allo sguardo della telecamera nemmeno di fronte all’ineluttabile. Nell’intervista, Dane non solo ripercorre le tappe della sua carriera e affronta i fantasmi delle sue dipendenze, ma si lascia andare a un messaggio intimo e profondo, un testamento spirituale rivolto direttamente alle sue due figlie, Billie e Georgia, sedici e quattordici anni. Guardando dritto nell’obiettivo, l’attore ha voluto lasciare loro quattro insegnamenti fondamentali, distillati dall’esperienza di convivenza con una malattia che, come ha detto, “sta lentamente portando via il mio, ma non il mio spirito”.

Ha parlato loro della necessità di vivere nel presente, di non perdersi nei rimpianti del passato o nell’ansia del futuro, un’abilità che la SLA lo ha costretto a imparare per pura sopravvivenza. Ha esortato le ragazze a innamorarsi, non necessariamente di una persona, ma di qualcosa che dia loro la gioia e la motivazione per alzarsi la mattina, così come lui, da ragazzo, si era innamorato della recitazione. Li ha definiti, quei momenti passati in spiaggia con loro e la madre, “il cielo in terra”. Ha chiesto loro di scegliere bene gli amici e, infine, di lottare con ogni grammo del proprio essere e con dignità, di non arrendersi mai. “Billie e Georgia, siete il mio cuore, siete il mio tutto. Buona notte, vi voglio bene”, ha concluso. Sono queste, ha voluto specificare, le mie ultime parole. Un commiato che trasforma il dolore in un lascito di consapevolezza, una testimonianza di come si possa affrontare “qualcosa di così orribile” – come lui stesso definì la SLA – senza mai smettere di essere, prima di tutto, un padre.

Puoi condividere questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.