Banche, l’intelligenza artificiale mette a rischio 200mila posti in Europa
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Redazione Economia
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Una previsione che scuote il mondo finanziario arriva da un’analisi di Morgan Stanley, ripresa con evidenza dal Financial Times, la quale delinea un panorama di profonda trasformazione per il settore creditizio europeo. L’adozione crescente e ormai inarrestabile dei sistemi di intelligenza artificiale, secondo gli esperti della banca d’affari statunitense, comporterà una potenziale riduzione fino al dieci per cento della forza lavoro entro il 2030, un dato che, tradotto in numeri assoluti, equivale a oltre duecentomila posti di lavoro considerati a rischio. Il processo, che ha come obiettivo dichiarato l’aumento dell’efficienza operativa e il contenimento dei costi, si concentrerà principalmente in quelle aree amministrative e di supporto dove le attività ripetitive e basate sull’elaborazione di grandi volumi di dati sono più frequenti.
I reparti più esposti alla riconversione
La riorganizzazione, inevitabile secondo molti osservatori, andrà a colpire in misura significativa i servizi centrali, quei comparti che tradizionalmente svolgono funzioni di back-office e che sono cruciali per il funzionamento quotidiano degli istituti. Ma non solo: a subire gli effetti maggiori della transizione tecnologica saranno anche i settori del risk management e della compliance, due pilastri fondamentali dell’attività bancaria che, negli ultimi quindici anni, hanno visto un’espansione considerevole degli organici a seguito della crisi finanziaria globale e dell’inasprimento normativo. L’automazione di processi di controllo, monitoraggio e adempimento regolamentare, resa possibile da algoritmi sempre più sofisticati, ridurrà progressivamente la necessità di intervento umano diretto in molte di queste mansioni.
Il caso emblematico di un grande istituto
Una testimonianza concreta di questa tendenza, sebbene successivamente parzialmente ridimensionata, è emersa pubblicamente dalle parole del numero uno di Wells Fargo, Charlie Scharf, il quale, in un forum organizzato da Goldman Sachs, ha ammesso senza giri di parole che l’intelligenza artificiale sta già portando a una contrazione dell’occupazione. Scharf, in particolare, ha citato l’esempio dei team di sviluppo software interno, dove l’utilizzo di strumenti di IA generativa ha incrementato l’efficienza nella scrittura del codice di una percentuale compresa tra il trenta e il trentacinque per cento. Un dato che, seppur limitato a una specifica funzione, fotografa con chiarezza il potenziale impatto sulla produttività e, di conseguenza, sulla domanda di personale.
Il contesto di una trasformazione irreversibile
Queste dichiarazioni, peraltro rapidamente corrette nelle ore successive forse per attenuarne la risonanza mediatica, assumono un valore emblematico poiché provengono da uno degli ambienti più riservati della finanza, quello delle conferenze per investitori, dove le strategie aziendali vengono tradotte in proiezioni finanziarie e piani operativi dettagliati. È in quei contesti che la narrazione sulle potenzialità della tecnologia cede il passo alla cruda valutazione dei suoi effetti sui conti economici, compresi i costi del lavoro. La strada tracciata dalle principali banche internazionali sembra ormai segnata, con l’Europa chiamata a confrontarsi con una ridefinizione strutturale del proprio comparto bancario, i cui tempi e modi saranno determinati non solo dal ritmo dell’innovazione ma anche dal quadro normativo e dalle dinamiche del mercato del lavoro.




