Romagna, la chiesetta che scruta l’eterna guerra fra l’uomo e l’acqua
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Redazione Interno
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Sopravvissuta al passaggio di papi e alle ferite della guerra, la chiesetta di Valmaggiore continua a osservare, dall’alto del suo crinale, una Romagna ciclicamente martoriata dalle alluvioni, le cui recenti piene, seppur contenute, sollevano interrogativi stringenti sulla reale efficacia delle difese messe in campo. Gli eventi atmosferici che, tra la vigilia e il Natale appena trascorso, hanno nuovamente messo in allerta rossa il Faentino e la Bassa Romagna, confermano infatti una tendenza ormai cronica, dove i mutamenti climatici si manifestano non come una minaccia futura ma come una condizione permanente del presente, che impone risposte immediate e strutturali. Per Claudio Miccoli, geologo ed ex dirigente regionale oggi consulente della Commissione parlamentare sul dissesto, quella scampata non è stata una semplice questione di fortuna, bensì il risultato, purtroppo ancora parziale, di alcuni interventi di prevenzione; tuttavia, come egli stesso sottolinea, non si è trattato affatto di un evento eccezionale, bensì della conseguenza di scelte spesso assurde e di opere fondamentali rimaste incompiute, le quali lasciano il territorio in uno stato di vulnerabilità che le piene successive non fanno che accentuare.
La prevenzione incompiuta e le polemiche politiche
Il rimpallo di responsabilità, definito "vergognoso" dalla deputata di Fratelli d’Italia Beatriz Colombo, membro della stessa Commissione d’inchiesta, si alimenta proprio di questa impasse, mentre il tempo, scandito da tre estazioni trascorse inutilmente dal maggio 2023, sembra essere l’alleato più fedele del rischio idrogeologico. Colombo punta il dito contro la giunta regionale, evidenziando come, nonostante la tragica esperienza delle alluvioni precedenti, la macchina degli interventi strutturali non abbia mostrato quella celerità e quella determinazione che la gravità della situazione richiederebbe, lasciando che la fragilità del territorio rimanesse una minaccia costante per chi lo abita.
Le opere "leggere" e la necessità di una strategia
Ciò che emerge con chiarezza, al di là delle polemiche, è la necessità di abbandonare una logica puramente emergenziale per abbracciare finalmente una visione organica e diffusa di mitigazione del rischio, basata su interventi intelligenti che, pur non richiedendo necessariamente grandi opere faraoniche, devono essere pianificati, finanziati e realizzati con coerenza su tutto il territorio. Si tratta di una sfida complessa, che chiama in causa la capacità di programmazione delle istituzioni a tutti i livelli, la quale non può più permettersi di essere frenata da lungaggini burocratiche o da contrasti politici, dinanzi a un’evidenza climatica che si ripresenta con cadenza sempre più serrata.
La cronaca nera e il monito del dissesto
In questo quadro, purtroppo, non mancano episodi di cronaca nera che, pur nella loro specificità, gettano un’ombra sinistra sul contesto generale di trascuratezza e sui ritardi nelle indagini giudiziarie, i quali, in casi diversi, hanno visto famiglie attendere anni per ottenere verità e giustizia su tragedie legate al territorio. Questi fatti, sebbene distinti, servono da cupo monito sulle possibili conseguenze di un approccio lento o inefficace alla gestione del suolo e alla sicurezza dei cittadini, ricordando che il dissesto idrogeologico non è un’astrazione tecnica ma una questione che tocca direttamente la vita delle persone.




