La guerra civile degli scimpanzé di Ngogo: quando la frattura sociale diventa letale
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Redazione Esteri
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Era pacifica, quella enorme aggregazione di scimpanzé che abitava le fitte foreste del Parco Nazionale di Kibale, in Uganda. Contava oltre duecento individui, risultando la più numerosa mai studiata nello stato selvaggio, e per anni – anzi, per decenni – aveva rappresentato un modello di convivenza apparentemente stabile. Poi, improvvisamente, qualcosa si è rotto. Il primo autore dello studio pubblicato su “Science”, il primatologo Aaron Sandel dell’Università del Texas ad Austin, ha raccontato in un podcast di aver notato con i suoi collaboratori un cambiamento inspiegabile: gli scimpanzé del sottogruppo cosiddetto “Occidentale” venivano inseguiti da quelli del gruppo “Centrale”. Era l’inizio di una frattura che i ricercatori, nonostante la loro esperienza, facevano fatica a comprendere.
La dinamica, osservata con precisione a partire dal giugno 2015, ha subito un’accelerazione drammatica. Non si trattava di una banale scaramuccia per il cibo o per le gerarchie interne, fenomeni già noti agli etologi; quella che stava prendendo forma era una vera e propria riorganizzazione sociale. I legami, un tempo solidi, si sono affievoliti. Il gruppo originario – che godeva di un ambiente ricco di risorse, contraddicendo l’idea che sia solo la scarsità a generare conflitti -1 – si è polarizzato. Dal 2018, la separazione è diventata geografica e letale: le due fazioni hanno smesso di mescolarsi, hanno iniziato a pattugliare confini netti e, infine, hanno dato il via a una serie di aggressioni coordinate.
Uno stillicidio di violenza che non risparmia i più deboli
Le cifre del conflitto, riportate nello studio, delineano una mattanza silenziosa ma sistematica. Sono stati documentati l’uccisione o la scomparsa di almeno 24 individui, un numero impressionante se rapportato alla consistenza numerica dei due schieramenti. Tra le vittime, spiccano 17 cuccioli – un dato agghiacciante che sottolinea come, in questa guerra tra ex compagni, nessuno venga risparmiato. Aaron Sandel, che ha seguito gli eventi sul campo per anni, ha descritto scene di caccia coordinata: maschi adulti che circondano un ex membro del gruppo, lo azzoppano e lo abbandonano morente. In un caso documentato, uno scimpanzé di nome Basie, conosciuto personalmente dai ricercatori dal 2012, è stato raggiunto da una pattuglia nemica e ucciso senza pietà.
Questa violenza non è casuale né meramente reattiva. I primatologi parlano di tattiche di sterminio: gli attacchi si concentrano prima sui maschi adulti del gruppo avversario, per poi estendersi ai soggetti più vulnerabili. È la stessa strategia osservata dall’etologa Jane Goodall negli anni Settanta nel Parco Nazionale del Gombe, in Tanzania, quando documentò quella che venne definita la “Guerra dei quattro anni” tra le fazioni Kasakela e Kahama. A differenza di allora, però, il contesto ugandese è caratterizzato da un’abbondanza di risorse, il che suggerisce agli scienziati che la causa del conflitto vada cercata altrove, forse nella dimensione eccessiva del gruppo o nella rottura di quei legami sociali che fungevano da “collante”.
L’enigma della scissione: crollo dei legami o competizione interna?
Cosa ha innescato questa frattura irreversibile? I ricercatori, nel loro lavoro pubblicato il 9 aprile, evitano ipotesi semplicistiche ma indicano alcuni fattori scatenanti precisi. Il primo è di natura demografica: tra il 2014 e il 2017, la comunità è stata colpita da un’epidemia respiratoria che ha ucciso 25 scimpanzé, spazzando via quegli individui “ponte” – solitamente maschi anziani o femmine particolarmente sociali – che con i loro spostamenti quotidiani mantenevano coese le varie sottosezioni del gruppo. Senza questi mediatori, i sottogruppi Occidentale e Centrale hanno smesso di interagire. In secondo luogo, c’è stata una riorganizzazione della gerarchia maschile: un cambio al vertice del maschio alfa ha coinciso con i primi episodi di segregazione spaziale.
Tuttavia, ciò che più sorprende gli esperti è la rapidità con cui l’ex familiarità si è trasformata in odio. Come ha osservato un primatologo citato dallo studio, non serve un’ideologia complessa per generare ostilità; a volte è sufficiente smettere di vedersi e di riconoscersi come parte della stessa entità. Il meccanismo sembra essere un circolo vizioso di evitamento e paura, che degenera in aggressività preventiva. Gli scimpanzé Occidentali, inizialmente numericamente inferiori o meno potenti, hanno sviluppato una maggiore coesione interna e aggressività, ribaltando l’equilibrio iniziale e diventando i principali carnefici dei Centrali.
Uno scenario raro che interroga la natura della socialità
Si tratta di un evento eccezionale, anche secondo i parametri della primatologia. Le stime genetiche suggeriscono che scissioni permanenti di questo tipo, all’interno di una stessa comunità di scimpanzé, avvengano mediamente una volta ogni 500 anni. La comunità Ngogo, seguita ininterrottamente dal 1995, offre quindi una finestra unica su un fenomeno che gli umani tendono a considerare esclusivamente proprio: la guerra civile.
L’assenza di risorse scarseggianti a Ngogo spinge a riconsiderare il ruolo dei fattori sociali puri. Non era la fame a spingere gli Occidentali ad attaccare i Centrali, né la necessità di accaparrarsi femmine in età riproduttiva, dato che entrambi i gruppi avevano accesso a partner. Era, piuttosto, la logica spietata della “polizia di frontiera”: una volta che il gruppo unitario si è dissolto nella mente degli individui, è subentrata la territorialità tipica delle comunità estranee. I pattugliamenti silenziosi, le incursioni nei territori un tempo comuni e le esecuzioni pubbliche servono a consolidare la nuova identità di gruppo, cancellando fisicamente i traditori o gli ex alleati. Per i ricercatori sul campo, assistere a questa trasformazione è stato come vedere un documentario sulla natura umana proiettato sulla pelle degli animali.




