L‘Etiopia mette al bando le auto a benzina: una scelta dettata dalla crisi economica più che dall‘ambientalismo
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Redazione Economia
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Mentre in Europa si attenua la spinta verso lo stop al motore termico, previsto per il 2035 ma oggetto di ripensamenti e deroghe, e negli Stati Uniti la nuova amministrazione Trump ha di fatto congelato la spinta all’elettrificazione del parco auto, è dall‘Africa che arriva la svolta più radicale in materia di mobilità. L’Etiopia, infatti, è diventata il primo paese al mondo a vietare formalmente l‘importazione di veicoli con motore a combustione interna, una decisione che riguarda tanto le automobili private quanto, progressivamente, altri mezzi di trasporto -1. Una mossa controcorrente, se paragonata all‘esitazione mostrata dalle potenze occidentali, che merita un‘analisi approfondita per comprenderne le reali motivazioni, le quali affondano le radici in un terreno prettamente economico e finanziario piuttosto che in una rinnovata sensibilità ecologica.
Il governo di Addis Abeba, guidato dal primo ministro Abiy Ahmed – lo stesso che nel 2019 ricevette il Nobel per la Pace prima di virare verso derive autoritarie – ha infatti imposto il divieto a partire dai primi mesi del 2024, inizialmente per i veicoli privati e successivamente estendendolo, ad agosto dello stesso anno, anche alle rappresentanze diplomatiche e alle organizzazioni internazionali -1. Una scelta netta che, di fatto, blocca sul nascere la possibilità di importare vetture alimentate a benzina o gasolio in un paese che, non producendo autoveicoli localmente, si trova ora a dover rimpiazzare l’intera domanda con modelli elettrici. Il provvedimento, spiegano fonti ministeriali, mira a razionalizzare la spesa in valuta estera, una risorsa divenuta drammaticamente scarsa per le casse statali.
A monte di questa drastica sterzata, vi è una crisi finanziaria di vaste proporzioni. L’Etiopia spendeva annualmente tra i 4 e i 6 miliardi di dollari per l‘importazione di carburanti fossili, una voce di costo insostenibile per un paese con riserve di valuta pregiata ai minimi storici e un debito pubblico cresciuto in modo esponenziale, tanto da portare il paese al default sovrano nel dicembre del 2023 -5. La necessità impellente di preservare i dollari e le altre valute forti per importazioni ritenute strategiche, come macchinari o prodotti farmaceutici, ha spinto l’esecutivo a cercare una soluzione drastica per tagliare la spesa energetica. A ciò si aggiunge la contestuale riforma macroeconomica voluta dal Fondo Monetario Internazionale, che ha portato a una svalutazione del birr etiope e alla progressiva eliminazione dei sussidi statali sui carburanti, rendendo il pieno di benzina un lusso sempre meno accessibile per la popolazione -4-5.
Il paradosso dell’energia: un paese a secco di petrolio ma ricco di megawatt
Il quadro, per quanto critico, presenta una peculiarità che rende la scommessa etiope meno azzardata di quanto potrebbe apparire. Se il paese è povero di idrocarburi, è al contempo estremamente ricco di energia elettrica, prodotta per la stragrande maggioranza da fonti rinnovabili e, in particolare, idroelettriche. La monumentale diga del Grand Ethiopian Renaissance Dam (GERD) sul Nilo Azzurro, oggetto di decennali tensioni diplomatiche con Egitto e Sudan, una volta a regime, promette di incrementare in modo esponenziale la produzione energetica nazionale, arrivando a generare oltre 5.000 megawatt -4. È su questo paradosso – l’obbligo di importare petrolio pagato in dollari e la contestuale abbondanza di elettricità prodotta in casa – che il governo ha costruito la sua strategia: se i cittadini e le imprese non possono più acquistare auto termiche, saranno costretti a convertirsi all’elettrico, utilizzando così energia prodotta localmente e liberando risorse preziose per altri capitoli di spesa.
La leva fiscale è stata utilizzata in modo massiccio per orientare il mercato. Mentre sulle auto a benzina gravano dazi e tasse che possono arrivare a superare il 100% del valore del veicolo, per le auto elettriche il regime è estremamente più vantaggioso, con dazi all’importazione che si aggirano intorno al 15% e aliquote agevolate per i componenti da assemblare localmente -2-7. Questi incentivi hanno già prodotto un effetto tangibile: le stime parlano di circa 100.000 veicoli elettrici già circolanti, un numero destinato a crescere rapidamente se si considera che l’obiettivo governativo per il 2030 è di 439.000 unità, una cifra nettamente superiore alle previsioni iniziali che parlavano di 148.000 auto -2-7. Una crescita trainata, in larga parte, dalle importazioni dalla Cina, che con i suoi marchi come BYD sta rapidamente saturando il mercato locale, forte di accordi che includono anche la fornitura di infrastrutture di ricarica e batterie di ricambio -7. Il governo, inoltre, non si limita a importare, ma punta a creare una filiera produttiva locale: a Debre Berhan è stato inaugurato un impianto che mira ad assemblare fino a mille veicoli elettrici all’anno, e si studia la fattibilità di una fabbrica per la produzione di batterie -4-10.
I nodi strutturali di una transizione forzata: infrastrutture e ricambi
Tuttavia, la strada verso un futuro completamente elettrico è lastricata di ostacoli ben più complessi della sola volontà politica. L’entusiasmo dei numeri si scontra quotidianamente con una realtà fatta di infrastrutture inadeguate e servizi carenti. Il primo e più evidente problema riguarda la rete di ricarica: non esiste una mappatura ufficiale e completa delle colonnine pubbliche, ma le stime parlano di poche decine di stazioni in tutto il paese, concentrate per lo più nella capitale Addis Abeba e spesso non funzionanti -10. La maggior parte dei possessori di auto elettriche è costretta a ricaricare il proprio veicolo attaccandolo alla presa di corrente domestica, un metodo lento e non sempre praticabile a causa dei frequenti blackout che affliggono la rete nazionale, alla quale, peraltro, circa la metà della popolazione non ha ancora accesso -10.
A ciò si aggiunge una cronica mancanza di competenze tecniche e di pezzi di ricambio. Le officine in grado di intervenire su un veicolo elettrico si contano sulle dita, e i meccanici specializzati scarseggiano; molti proprietari, come emerge da diverse inchieste, si affidano a tutorial su YouTube nel tentativo di riparare guasti da soli, con risultati alterni -4-10. La dipendenza dalla Cina per l’approvvigionamento di componenti, poi, allunga i tempi di riparazione e lievita i costi, vanificando in parte il risparmio sul “pieno” di elettricità. Non mancano, inoltre, episodi di veri e propri flop: alcuni acquirenti, dopo aver sperimentato guasti frequenti e assistenza inadeguata, hanno rivenduto l’auto elettrica in perdita per tornare a bordo di vetuste Toyota Corolla a benzina, accollandosi le pesanti tasse di importazione pur di avere un mezzo ritenuto affidabile -4. La transizione ecologica forzata, insomma, rischia di trasformarsi per molti in un salto nel buio, in cui la scarsa preparazione del sistema paese mina alla base le pur solide ragioni economiche che avevano motivato la scelta.
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