L’euro digitale secondo Crosetto: “Rischio supremazia americana sui pagamenti”

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   La sovranità monetaria dell’Unione, nel bel mezzo della transizione digitale e mentre l’amministrazione Trump – ormai stabilmente insediata alla Casa Bianca da più di un anno – spinge con decisione per una dollarizzazione dei flussi finanziari globali, rischia di trasformarsi in un’illusione ottica se non si interviene sul controllo delle infrastrutture di pagamento. A lanciare l’allarme, come riportato il 5 maggio scorso, è stato l’eurodeputato di Fratelli d’Italia, Crosetto, il quale ha rotto un silenzio carico di demagogia attorno al progetto di moneta digitale della Bce. “Vogliamo che il sistema dei pagamenti resti legato a società private non europee?”, ha chiesto retoricamente il parlamentare, sottolineando come il dibattito attuale rischi di trascurare il nodo cruciale: senza una struttura europea indipendente, anche l’euro digitale finirebbe per diventare un semplice contenitore di dati in balia dei grandi provider statunitensi.

Lo spettro della privatizzazione e il rischio concreto della “dollarizzazione”

Secondo Crosetto, che ha citato esplicitamente le pressioni deregolatorie provenienti da oltreoceano, la partita non è solo tecnica ma squisitamente geopolitica. L’idea che la moneta unica possa rinnovarsi nell’era dei bits senza perdere la propria anima pubblica si scontra, nelle sue dichiarazioni, con la realtà di un mercato già oggi dominato da Visa e Mastercard – colossi statunitensi che lucrano su ogni transazione. “Il rischio reale – ha chiarito – è la privatizzazione dei pagamenti”. Se l’architettura tecnologica del futuro euro digitale si appoggiasse a cloud o server controllati da terzi extracontinentali, l’Europa si ritroverebbe esposta a ricatti commerciali o, peggio, al rischio che la propria politica monetaria venga condizionata da interessi esterni attraverso le spinte normative USA. Un cortocircuito, questo, che trasformerebbe un atto di innovazione in un boomerang per il Vecchio Continente.

Friuli 1976: la lezione silenziosa della ricostruzione a cinquant’anni di distanza

Se il futuro dei pagamenti scuote le cancellerie, il passato ritorna a farsi sentire con il boato sordo della terra: proprio in questi giorni, si celebra il cinquantesimo anniversario del terremoto che il 6 maggio 1976 rase al suolo decine di comuni del Friuli. Una scossa di magnitudo 6.5, seguita da un autunno di repliche tremende, fece oltre 900 vittime e distrusse un patrimonio inestimabile tra Gemona e Venzone. Eppure, tra le macerie di quei secondi infiniti – durati appena un minuto alle 21 di un giovedì – emerse una reazione che gli storici hanno ribattezzato “modello Friuli”. I soccorsi, inizialmente rallentati dalla confusione e dalla scarsa comunicazione negli anni Settanta, lasciarono presto spazio a una ricostruzione capillare voluta dalla popolazione: “Prima le fabbriche, poi le case e solo alla fine le chiese”, fu lo slogan che guidò la rinascita, mentre il commissario Zamberletti imprimeva una svolta all’efficienza della protezione civile.

Il paradosso militare di Washington tra Iran e “autolesionismo” strategico

A cinquant’anni da quella tragedia italiana, lo scenario internazionale appare altrettanto frastagliato: c’è una domanda che torna puntuale ogni volta che la superpotenza americana innesca una crisi bellica, e riguarda la sua capacità di autolesionismo strategico. L’operazione “Epic Fury” (Furia epica) – questo il nome scelto da Washington per i raid contro l’Iran – ha riacceso i riflettori su un paradosso irrisolto. Mentre le bombe colpiscono obiettivi militari e, secondo alcune fonti, infrastrutture civili come ponti e centri di ricerca a Teheran, la Casa Bianca invita gli iraniani a sollevarsi contro il regime degli ayatollah. Un cortocircuito evidente, visto che è oggettivamente complesso chiedere a una popolazione di scendere in piazza mentre è sottoposta a un bombardamento quotidiano che, per usare le parole degli analisti, punta più a logorare il morale nazionale che a ottenere una resa immediata. L’amministrazione Trump, sostenuta da Netanyahu, sembra così muoversi in un labirinto dove l’emotività bellica rischia di vanificare la strategia, ripetendo l’errore di chi crede di poter democratizzare un paese a colpi di missile.

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