Libano, Trump annuncia lo stop ai raid. Netanyahu “scioccato” dal post su Truth
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Esteri
-
La comunicazione presidenziale, veicolata attraverso un post sull’ormai consueto social network Truth, ha assunto i contorni di una doccia gelata per l’entourage del premier israeliano. Nel pieno di una fase diplomatica già di per sé instabile – segnata da una tregua che molti osservatori definirebbero “fragile” se non fosse per la consegna di non esprimere giudizi –, Donald Trump ha scritto nero su bianco che Israele non avrebbe più potuto bombardare il Libano, ricevendo l’ordine diretto di fermarsi proprio da Washington. Le parole, cariche di una durezza inusuale anche per i suoi standard, hanno innescato una immediata richiesta di chiarimenti da parte di Benjamin Netanyahu e dei suoi più stretti consiglieri, i quali, secondo ricostruzioni stampa internazionale, avrebbero appreso della notizia non attraverso i canali ufficiali bensì dalla lettura dei giornali.
Il post che ha spiazzato l’alleato
Il testo pubblicato dal presidente americano non lasciava spazio a interpretazioni ambigue: “Israele non bombarderà più il Libano”, si leggeva, accompagnato dall’affermazione che gli Stati Uniti glielo avessero “proibito”. Questa rigidità lessicale, che trasforma una consueta pressione diplomatica in un ordine diretto, ha sorpreso i vertici israeliani. Fonti citate da Axios parlano di un premier “scioccato” -1, una reazione che traspare non tanto dal disaccordo sul merito della tregua – che pure esiste – quanto dalla modalità clamorosa con cui è stata resa pubblica una svolta così significativa. Si tratta, insomma, di un incidente diplomatico che ha gettato luce sui limiti della comunicazione diretta, dove la formalità degli ambasciatori lascia spesso il posto alla spontaneità (a volte dirompente) dei social media.
Scontri e divieti: la “linea gialla” sul terreno
Nonostante l’entrata in vigore del cessate il fuoco, la situazione sul terreno rimane tutt’altro che pacificata. Nel sud del Paese, dove la notte prima della tregua si sono consumati raid che hanno causato vittime civili, si segnalano scontri sporadici e una tensione palpabile. A complicare il quadro, emerge la volontà di Israele di imporre una cosiddetta “linea gialla”. Secondo quanto riferito dalla Cnn citando alti funzionari militari, l’esercito israeliano intende vietare il ritorno dei residenti in alcune aree occupate, replicando un modello già sperimentato nella Striscia di Gaza. Questa misura, che di fatto congela l’occupazione di determinati territori, impedisce a decine di migliaia di libanesi di riabbracciare le proprie case, alimentando una crisi umanitaria silenziosa che si aggiunge ai danni delle infrastrutture.
Il rientro degli sfollati e la paura di una tregua effimera
La notizia del cessate il fuoco ha scatenato un esodo immediato. Decine di migliaia di famiglie, sfollate da marzo nelle zone di Beirut e nel Sud, si sono messe in viaggio all’alba creando code interminabili lungo le autostrade costiere. Valigie legate sui tetti delle auto, materassi nei cassoni dei camion, e gli occhi puntati verso Sud: sembra un fiume in piena, quello raccontato dai cronisti, che si muove nonostante i ponti distrutti e le strade minate. C’è chi torna con orgoglio, sventolando bandiere, e chi invece ammette il timore che la guerra possa riprendere da un momento all’altro. “Non so se la casa è ancora in piedi”, racconta un giovane bloccato nel traffico, esprimendo il dramma di chi si avventura verso l’ignoto, consapevole che la tregua potrebbe rivelarsi solo una breve pausa prima della prossima escalation.




