A Minab oggi come a Gorla ieri. Agnello fra gli agnelli
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Redazione Esteri
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A una prima rapida occhiata, quella foto della scuola elementare femminile Shajarah Tayyebeh, distrutta nel sud dell’Iran, sul web mi era parsa un quadro: una metafisica postmoderna, la facciata di una immensa casa con cento finestre nere, vuote, spente per sempre. Poi il pensiero è corso altrove, inevitabilmente, a quel pomeriggio del 20 ottobre 1944, quando un errore di un millimetro nei radar dei piloti Alleati – miravano allo scalo ferroviario di Gorla, a Milano – trasformò un quartiere periferico in un cimitero. Centocinquanta bambini, quella volta. Oggi, a Minab, si contano centosessanta bambine, forse di più, e quattordici insegnanti. Agnelli fra gli agnelli. Ecco allora che quella domanda su Dio, antica e sempre uguale, torna a farsi strada tra le macerie. E vedo Cristo, lì con loro. Ma questa non è una cronaca di teologia, è una cronaca di guerra, e di indagini forensi condotte su coordinate geografiche e tracce di esplosivo.
Sono passati quasi dieci giorni dal 28 febbraio, primo giorno dell'ondata di attacchi lanciata da Stati Uniti e Israele contro postazioni militari iraniane, e il quadro che emerge dalla città di Minab, nella provincia di Hormozgan, è quello di una strage che cerca un nome e un responsabile. Il presidente americano, Donald Trump – tornato alla Casa Bianca e nuovamente al centro della scena internazionale – ha attribuito fin da subito la responsabilità dell'accaduto ai pasdaran iraniani, accusandoli di aver colpito una scuola con un proprio missile, in un'azione, ha detto, resa ancor più grave dall'imprecisione dei loro armamenti. Una versione, quella fornita dalla Casa Bianca e rilanciata anche durante un briefing a bordo dell'Air Force One insieme al segretario alla Difesa Pete Hegseth, che però mal si concilia con una serie di elementi emersi da inchieste indipendenti e con le stesse dichiarazioni dei vertici militari statunitensi.
Il New York Times, in particolare, ha pubblicato una dettagliata ricostruzione basata su immagini satellitari, post sui social network e video geolocalizzati, giungendo a una conclusione netta: è probabile, anzi probabilissimo, che a colpire la scuola elementare femminile Shajarah Tayyebeh sia stata proprio una bomba americana. L'istituto sorge a poche centinaia di metri da una base navale dei Guardiani della Rivoluzione, uno degli obiettivi primari delle incursioni aeree statunitensi nella zona. Le immagini satellitari, analizzate da esperti come Wes J. Bryant, ex funzionario dell’aeronautica militare Usa, mostrano danni da impatto di precisione su almeno sei edifici del complesso militare e, contemporaneamente, il crollo della scuola. Una concomitanza di bersagli centrati con lo stesso tipo di ordigno, ha spiegato Bryant, che rende l'ipotesi dell'errore – quello che in gergo viene definito target misidentification – la più concreta. Gli Stati Uniti, con le loro capacità di intelligence, avrebbero dovuto sapere che a seicento metri di distanza c'erano centinaia di bambine in classe, ma qualcosa, nel meccanismo perfetto della macchina bellica, si deve essere inceppato.
A corroborare questa tesi, del resto, è la stessa mappa mostrata qualche giorno fa dal generale Dan Caine, capo dello Stato maggiore congiunto Usa. Nel corso di una conferenza stampa in cui illustrava le operazioni in corso, alle sue spalle campeggiava una cartina dell'Iran meridionale con evidenziate le aree colpite nelle prime cento ore di raid. Ebbene, tra quelle, spiccava proprio la zona di Minab. Il generale, tra l'altro, ha specificato che gli attacchi israeliani si concentravano più a nord, lasciando di fatto intendere che nel sud, dove sorge la scuola, a operare fossero esclusivamente mezzi americani. Due fonti anonime dell’establishment militare statunitense, citate dall’agenzia Reuters, hanno confermato che gli investigatori del Pentagono ritengono ormai "probabile" il coinvolgimento diretto delle proprie forze nella tragedia. La Casa Bianca, per bocca della portavoce Karoline Leavitt, si è limitata a dichiarare di non essere a conoscenza di un attacco a una scuola, aggiungendo che il dipartimento alla Difesa avrebbe aperto un'inchiesta. Un'inchiesta che, a quanto trapela, sembra orientata a stabilire non tanto il se, ma il come si sia potuto trasformare un obiettivo militare in una camera ardente per decine di bambine.
Le crepe nella versione della Casa Bianca e la dinamica dell'attacco
Se da un lato la diplomazia americana prova a mantenere un profilo basso, dall'altro le evidenze raccolte dalla stampa internazionale dipingono uno scenario sempre più definito. L'emittente britannica BBC, nel suo servizio di verifica, ha mostrato come i crateri e i segni di bruciato intorno alla scuola e alla base dei pasdaran siano compatibili con l'uso di munizioni a penetrazione, progettate per colpire strutture rinforzate e sicuramente non in dotazione ai gruppi iraniani nella zona. L'ipotesi che si sia trattato di un attacco sferrato con un "doppio colpo", una tattica che prevede un secondo missile a distanza di poco tempo dal primo per colpire i soccorritori, è stata avanzata da alcuni testimoni e ripresa da testate come *Middle East Eye*. Una circostanza, questa, che renderebbe il tragico errore iniziale qualcosa di ancora più orribile: un secondo ordigno che avrebbe potuto centrare in pieno chi si era precipitato a salvare i superstiti. Il fatto che la scuola fosse in attività non è una scusante ignorabile, considerato che in Iran la settimana lavorativa inizia di sabato e che, al momento dell'impatto, le aule erano piene. Lo stesso presidente iraniano, Masoud Pezeshkian, ha parlato di un atto barbaro, ennesima pagina nera nel registro dei crimini commessi dagli aggressori. Parole pesanti, certo, ma che ora trovano un riscontro oggettivo nelle analisi indipendenti di chi ha passato al setaccio ogni singolo fotogramma di quei minuti di terrore.
Il silenzio delle armi e la domanda senza risposta
Il contrasto tra le parole di Trump, che continua imperterrito a puntare il dito contro Teheran definendo imprecisa la loro contraerea, e l'evidenza dei fatti diventa ogni giorno più stridente. Da una parte c'è la retorica bellica del presidente americano, che ha più volte ribadito come il conflitto in Medio Oriente potrà dirsi concluso solo quando l'Iran non avrà più militari funzionanti o una leadership al potere. Dall'altra, la realtà di una scuola elementare ridotta a un cumulo di macerie, con centinaia di bambine morte. Il silenzio che arriva da oltre Oceano, in attesa dei risultati di un'indagine interna che sembra già scritta, è assordante. Mentre i vertici militari si trincerano dietro la formula "stiamo indagando", le famiglie delle vittime a Minab hanno sepolto i loro agnelli. E Gorla, quel lontano 1944, torna a fare male come una ferita che non si è mai rimarginata, perché la Storia, si sa, talvolta si ripete. Prima come tragedia, poi come altra tragedia.




