Biagio Antonacci: «“Nucleo” racconta meglio di “famiglia”» e quel libro mai letto per la dislessia
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Redazione Cultura e Spettacolo
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Forse non è solo una questione di parole, e Biagio Antonacci, in fondo, lo sa bene. Quando sceglie di sostituire il termine “famiglia” con “nucleo”, il cantautore – che in questi giorni torna a parlare del singolo You&Me – non compie un semplice esercizio lessicale, ma intercetta un mutamento sociale che molti, pur vivendolo, faticano ancora a nominare. La sua riflessione, emersa in una nuova intervista al Corriere della Sera, parte da un’osservazione pragmatica: «Famiglia è una parola riduttiva, a volte escludente». Per lui, che ha alle spalle quattro decenni di carriera e un rapporto complesso con la figura paterna – «mi pento di non aver mai detto "ti voglio bene" a papà» –, il concetto di nucleo risulta più aderente a quelle relazioni scelte, fluide ma non per questo meno solide, che resistono alle tentazioni dei social e a un mercato sentimentale dominato da Tinder.
Un geometra con la chitarra e la madre come bussola
Antonacci, che ammette di aver fatto il geometra prima di diventare un protagonista della musica italiana, si definisce «un uomo fortunato». Ma la fortuna, nel suo racconto, non è mai slegata da una consapevolezza dolente: «Vedo i miei amici, gente del ceto medio, che faticano». Oggi, aggiunge, quasi ci si pente di voler creare un nucleo, «di aver messo in moto un’operazione sociale di questo tipo». Dalla sua prospettiva – e lo ha ribadito anche nello studio di *Domenica In* con Mara Venier – il punto di riferimento assoluto resta la madre Ornella, mentre il matrimonio non è mai arrivato. «Non mi sono mai sposato – rivela – ma ho sempre sentito la stessa responsabilità. Per proteggere chi ti sta vicino bastano testamenti chiari». E se mai dovesse cambiare idea, vorrebbe che a celebrarlo fosse l’amico Antonio Albanese.
Dislessia e l’onestà di un’intera vita senza libri
C’è però un’altra rivelazione, forse più intima delle altre, che rischia di sorprendere chi lo segue da decenni: Biagio Antonacci non ha mai letto un libro intero. La ragione non è la mancanza di curiosità, bensì una forma di dislessia che «non aiuta» e che ha reso quell’esperienza – per tanti scontata – per lui «difficilissima». Il cantautore non cerca scuse, né trasformare la difficoltà in un dramma. Al contrario, la menziona con la stessa schiettezza con cui descrive le burrasche affrontate nella vita: «Sono passato attraverso burrasche ma tutte arrivate dopo solidità durate decenni». Nessuna autocommiserazione, quindi, ma una fotografia lucida di un limite che non ne ha preclusi altri, nemmeno la scrittura di canzoni che hanno segnato intere generazioni.
Senza filtri e senza cerimonie
È questo, forse, il tratto più distintivo del lungo racconto che Antonacci consegna tra le pagine del quotidiano: l’assenza di filtri, la capacità di mescolare il peso specifico della parola “nucleo” con la leggerezza che cerca – dice lui – «nella musica, non nella vita». Perché avere una famiglia oggi non è un gioco, e nemmeno lo è ammettere pubblicamente di non aver mai voltato l’ultima pagina di un romanzo. La sua verità, però, non ha nulla dello scandalo o della provocazione facile: è semmai il ritratto di un artista che ha smesso da tempo di interpretare un ruolo, e che si limita a osservare il mondo – Tinder, social, fatica economica, testamenti chiari – senza la pretesa di offrire soluzioni. Solo canzoni. E qualche parola diversa, come “nucleo”, per dire le stesse cose in modo più vero.




