Il paradosso Champions: lo show di Parigi e le polemiche di Madrid, tra il “Totti al contrario” e l’arbitro sotto accusa
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Redazione Sport
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C’era una volta la noia tattica, quella delle finali spuntate e delle semifinali bloccate, sepolta sotto un diluvio di gol e ribaltoni. Il 5-4 tra Psg e Bayern Monaco, certificato ormai come la semifinale più spettacolare nella storia della competizione, ha restituito un’idea di calcio liquido dove l’equilibrio è diventato un concetto obsoleto. Eppure, a fare i conti con la fisicità delle emozioni e della frenesia, c’è chi ha dovuto scontrarsi con la realtà più grigia del Metropolitano: l’altra semifinale, l’1-1 tra Atletico Madrid e Arsenal, ci ha infatti riportati con i piedi per terra, tra lividi e decisioni arbitrali destinate a lasciare il segno in vista del ritorno.
L’apoteosi parigina e il coraggio di osare
Assistere a Psg-Bayern, come ha sottolineato anche Cesc Fabregas alla vigilia del match contro il Napoli, è stata una “goduria” capace di mostrare dove sta andando il calcio moderno: meno tattica collettiva e più esplosività individuale, pressing asfissiante e duelli uno contro uno che diventano la regola. Il tecnico del Como, che ricordiamo essere stato un raffinato regista, ha parlato apertamente di “miglior partita vista in vita sua”, ammettendo di aver studiato per venti minuti le giocate di Michael Olise – quest’ultimo autore del maggior numero di dribbling della settimana (dieci in totale, di cui otto riusciti). Dall’altra parte, l’ex calciatore della Lazio Ettore Mendicino, oggi mental coach, ha invece spostato l’attenzione sul divario culturale: “C’è un coraggio diverso, un atteggiamento diverso nei confronti dell’osare, del proporre un certo tipo di calcio”. Una riflessione, la sua, che suona come un’accusa implicita verso un calcio italiano percepito come troppo prudente per regalare simili fotogrammi.
Il muretto di Madrid: Kane e la maledizione dell’eterno digiuno
Se a Parigi si è volato, a Madrid si è lottato. E proprio nella ripresa dell’Atletico-Arsenal è emersa una statistica che pesa come un macigno: nonostante la qualità indiscussa, Harry Kane incarna ormai la figura del “Totti al contrario”. Laddove Francesco Totti ha legato la sua carriera a un solo amore eterno (la Roma) vincendo da simbolo, Kane – dopo aver lasciato il Tottenham per cercare titoli – sembra portarsi dietro un’eredità sfortunata, inchiodato a zero trofei nonostante una media realizzativa mostruosa. La partita del Metropolitano, sporca e intermittente, ha esaltato più i difensori degli attaccanti: da Upamecano, autore del primo gol in Champions e tre contrasti vinti su tre, a Gabriel, decisivo nello stoppare Griezmann, fino a Marc Pubill. Ma a rubare la scena sono state le scelte di Simone. Insistere sul figlio Giuliano, come evidenziato dalle pagelle del giorno dopo, non è sembrata una bella idea: una critica che plana pesante sul tecnico argentino, il quale almeno ha cercato di provarci, a differenza di un Arsenal apparso spento e in balgia degli eventi.
Danny Makkelie, una direzione di gara da dimenticare
A gettare benzina sul fuoco delle polemiche ci ha pensato l’arbitro olandese Danny Makkelie, il cui operato è stato bollato come “disastroso” ai massimi livelli, e non solo dalla stampa iberica. La sua gestione del match, macchiata da tre calci di rigore decretati (con uno successivamente revocato dal Var), ha innervosito entrambe le panchine. Se da un lato il fallo di frustrazione di Declan Rice su Julian Alvarez è apparso inequivocabile – un brutto gesto che rischiava conseguenze ben peggiori –, dall’altro l’ex arbitro Mark Halsey ha tuonato contro la decisione di annullare il penalty a Eberechi Eze nel finale, parlando apertamente di “torto subito” dall’Arsenal. L’olandese, che non è nuovo a serate opache, ha così spostato l’attenzione dal valore tecnico delle squadre alla fallibilità umana del fischietto, un elemento che inevitabilmente condizionerà la vigilia del ritorno di Londra.
L’automotive tedesco in difficoltà e l’Italia a un bivio
Uscendo dal campo di calcio, lo scenario economico disegnato dal confronto continentale offre spunti simili: il “mito della Germania formica” si è incrinato sotto i colpi della concorrenza cinese, con Volkswagen e Bmw che arrancano mentre difesa e infrastrutture volano. Un paradosso che ha il sapore del riarmo industriale: come riportato da analisi recenti, gli stabilimenti auto tedeschi si riconvertono al militare (blindati e droni) perché il mercato dell’elettrico non decolla e i costi di produzione in Europa restano insostenibili. L’Italia guarda a questo modello con interesse, ma con i piedi piantati in una realtà diversa: qui il dibattito è ancora fermo al calcio giocato, alla difficoltà di produrre spettacolo, dimenticando forse che per osare – come dice Mendicino – servono coraggio e strutture. E mentre il budget per la difesa tedesco vola verso i 152 miliardi, il nostro Paese aspetta ancora di capire se Fabregas riuscirà a trasferire la lezione vista a Parigi in un campionato che, molto più prosaicamente, pensa solo alla corsa Champions e al prossimo turno di campionato.




