Attentato a Ranucci, il Riesame si riserva sulla misura cautelare per i quattro esecutori
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Interno
-
Entro mercoledì l'inchiesta sull'attentato a Sigfrido Ranucci supererà il primo test sulla tenuta delle prove raccolte dalla Procura di Roma. Il tribunale del Riesame ha infatti fissato in quella data il termine per decidere sull'istanza di riforma della misura cautelare nei confronti dei quattro indagati - Pellegrino D'Avino, Antonio Passariello, Saverio Mutone e Marika De Filippis - accusati di essere gli esecutori materiali dell'ordigno esploso davanti all'abitazione del conduttore di Report la notte del 16 ottobre 2025 a Pomezia.
Al termine dell'udienza che si è tenuta oggi, lunedì 20 luglio, il collegio si è riservato di sciogliere la riserva nei prossimi giorni, come confermato dagli stessi difensori, gli avvocati Generoso Pagliarulo e Antonio Falconieri, al termine dell'incontro in piazzale Clodio.
La linea difensiva: annullamento della misura e caduta dell'aggravante mafiosa
La strategia legale dei quattro arrestati, di cui tre attualmente detenuti in carcere e uno ai domiciliari, si è concentrata in particolare sulla contestazione dell'aggravante del metodo mafioso. Gli avvocati Pagliarulo e Falconieri hanno chiesto l'annullamento della misura cautelare e, in subordine, la rimozione dell'aggravante che, a loro dire, non troverebbe riscontro negli elementi investigativi raccolti fino a questo momento.
Secondo la difesa, le celle telefoniche che avrebbero agganciato i dispositivi degli indagati nei pressi della casa di Ranucci nei giorni precedenti l'attentato non costituirebbero una prova sufficiente per dimostrare la loro presenza fisica sul luogo, ipotizzando che i telefoni potessero essere stati trasportati da terzi. I legali hanno quindi chiesto ai giudici di rivalutare il quadro indiziario, ritenuto ancora troppo debole per giustificare la misura restrittiva attualmente in vigore.
Il nodo del movente e il presunto ruolo di Lavitola
Nonostante la difesa cerchi di smontare l'impianto accusatorio, l'inchiesta della Direzione distrettuale antimafia continua a procedere su diversi fronti, con l'obiettivo di individuare i mandanti dell'azione intimidatoria. Il nome che ricorre con maggiore insistenza nelle carte è quello del faccendiere Valter Lavitola, indicato dagli inquirenti come il possibile finanziatore e organizzatore dell'attentato, sebbene le sue difese abbiano sempre respinto ogni accusa, definendo infondate le ipotesi giornalistiche.
A complicare il quadro investigativo, il fatto che alcuni degli indagati, come Antonio Passariello e Saverio Mutone, si siano avvalsi della facoltà di non rispondere durante gli interrogatori di garanzia, mentre Pellegrino D'Avino ha reso dichiarazioni spontanee sostenendo di non conoscere né Lavitola né il giornalista Ranucci, e che i presunti mandanti, secondo la ricostruzione del gip, avrebbero garantito agli esecutori un compenso e un piano di fuga all'estero, con destinazioni come Spagna, Austria o Francia.
L'esclusione della strage e la conferma della matrice intimidatoria
Un elemento che ha già segnato una svolta nell'impostazione giuridica del caso è stata la decisione del gip Iole Moricca di escludere, in sede di ordinanza, l'accusa di strage, pur riconoscendo la gravità intimidatoria del gesto. La magistrata aveva infatti sottolineato come la quantità di esplosivo utilizzato - tra i 200 e i 400 grammi - e la collocazione dell'ordigno, davanti alla ruota anteriore dell'auto e non vicino al serbatoio, fossero indicatori di una volontà di "spaventare" piuttosto che di uccidere, come sarebbe emerso anche da alcune intercettazioni.
Tuttavia, è proprio su questo punto che la difesa degli arrestati intende ora giocare la partita decisiva, cercando di dimostrare che mancherebbero i presupposti anche per l'aggravante del metodo mafioso, la cui presenza è stata invece contestata dalla Procura, rappresentata in aula dal pm Edoardo De Santis.
Il tribunale del Riesame, nei prossimi giorni, sarà chiamato a valutare la fondatezza di queste richieste, stabilendo se gli indizi raccolti siano sufficienti per mantenere in carcere i presunti esecutori materiali o se, al contrario, le misure debbano essere ridimensionate o annullate.




