Addio a Dick Cheney, il vicepresidente falco che sfidò Trump
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Redazione Esteri
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La notizia della morte di Dick Cheney, spentosi all'età di 84 anni per complicazioni legate a una polmonite e a pregresse patologie cardiovascolari, chiude il capitolo di una delle figure più influenti e, al contempo, discusse della politica americana contemporanea. Annunciata dalla famiglia, che ha precisato come al suo capezzale vi fossero la moglie Lynne, le figlie Liz e Mary insieme ai nipoti, la scomparsa riporta alla luce un'intera epoca, segnata da decisioni i cui effetti si prolungano fino al presente. La sua carriera, iniziata nel lontano 1969 all'interno dell'amministrazione Nixon, dopo gli studi all'Università del Wyoming, conobbe il suo apice quando, divenuto il 46esimo vicepresidente sotto George W. Bush, ne plasmò in maniera decisiva l'agenda di sicurezza nazionale.
L'architetto della guerra al terrore
Fu proprio in quel ruolo, che Cheney, il quale aveva già guidato il Pentagono durante la prima guerra del Golfo sotto la presidenza di George H.W. Bush, divenne l'ideatore e il principale sostenitore di quella "guerra al terrorismo" scatenata in risposta ai tragici attentati dell'11 settembre 2001. La sua influenza, che molti definirono senza precedenti per un vicepresidente, fu determinante nel traghettare la nazione verso l'invasione dell'Iraq nel 2003, una scelta che si basò su informazioni, relative alla presenza di armi di distruzione di massa, che in seguito si rivelarono del tutto infondate. Quel conflitto, con le sue profonde conseguenze geopolitiche e umane, rimane il tratto distintivo del suo lascito politico, un'eredità che continua a essere oggetto di analisi e dibattito.
La svolta contro l'ex alleato
Negli anni successivi al suo mandato, un altro aspetto del suo carattere emerse con forza inattesa, trasformandolo da pilastro dell'establishment repubblicano in uno dei suoi critici più severi. La sua posizione, infatti, mutò radicalmente nei confronti di Donald Trump, da lui percepito come una minaccia esistenziale per le istituzioni americane. In un videomessaggio diffuso nel 2022, Cheney non esitò a elogiare pubblicamente la figlia Liz, all'epoca deputata e figura di primo piano nella Commissione speciale d'inchiesta sull'assalto a Capitol Hill del 6 gennaio 2021, un gesto che sancì la sua rottura con una parte del partito. In quella circostanza, arrivò a definire l'ex presidente, senza mezzi termini, come "nessuno [che] rappresenta una minaccia maggiore per la nostra Repubblica".
Un ritratto complesso e divisivo
La sua vita, segnata anche da seri problemi di salute tra cui diversi infarti, è dunque la storia di un uomo che ha vissuto due fasi distinte e quasi antitetiche: dapprima come simbolo di un interventismo fermo e spregiudicato in politica estera, poi come voce di un conservatorismo istituzionale in aperta opposizione con le derive populiste. Questo dualismo, che lo ha visto passare dall'essere il falco della guerra in Iraq al divenire un riferimento per gli avversari interni di Trump, delinea un ritratto complesso, capace di suscitare reazioni contrastanti ma che, indubbiamente, ha lasciato un'impronta indelebile nel panorama politico degli Stati Uniti.




