Proteste in Albania contro il mega resort di Kushner, Rama: “Se non ci fosse Jared non importerebbe a nessuno”

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   La replica del premier albanese Edi Rama, giunta a margine del summit tra Unione Europea e Balcani occidentali tenutosi a Tivat in Montenegro, non lascia spazio a fraintendimenti: “Se non ci fosse Jared [Kushner], a nessuno importerebbe niente di quello che sta succedendo in Albania”. Una frase, questa, che incapsula la strategia comunicativa del governo socialista di fronte all’ondata di malcontento che da giorni attraversa il Paese, dove migliaia di persone sono scese in piazza per opporsi a un maxi progetto turistico da circa 4 miliardi di dollari (pari a 3 miliardi di euro).

Il nodo della discordia, come riportano le cronache, riguarda la costruzione di un resort di lusso che dovrebbe sorgere in due località simbolo della costa adriatica albanese: l’isola incontaminata di Sazan, un tempo base militare segreta in epoca comunista, e l’area protetta di Zvërnec, situata nei pressi della laguna di Narta.

La mobilitazione e il simbolo dei fenicotteri

Quella che era iniziata come una protesta circoscritta delle associazioni ambientaliste si è rapidamente trasformata in un movimento di massa, capace di paralizzare il centro di Tirana per diversi giorni consecutivi. I manifestanti – che sventolano cartelli e palloncini a forma di fenicottero rosa, specie simbolo della fragilità ecologica della laguna – contestano non solo l’impatto ambientale dell’opera, ma anche la presunta opacità delle procedure che hanno portato all’assegnazione dei terreni.

Secondo quanto denunciato dagli attivisti, i lavori sarebbero già iniziati nonostante l’assenza di una chiara valutazione di impatto ambientale; ruspe e mezzi pesanti avrebbero infatti danneggiato le dune sabbiose e compromesso l’habitat di uccelli migratori e mammiferi marini, come la foca monaca, in un’area protetta che dovrebbe essere salvaguardata proprio in funzione dell’ingresso dell’Albania nell’Unione Europea.

La reazione delle forze di sicurezza ha ulteriormente inasprito gli animi. Nel corso di una delle manifestazioni tenutesi nei giorni scorsi a Zvërnec, come riportato da testimonianze video divenute virali, alcuni agenti di sicurezza privati hanno aggredito fisicamente dei dimostranti; un cittadino di origine greca è rimasto ferito, innescando una reazione diplomatica da parte di Atene, che ha espresso “forte preoccupazione”.

Di fronte a queste immagini, il governo albanese ha fatto marcia indietro solo in parte: se da un lato ha revocato le licenze a due società di vigilanza e sospeso alcuni funzionari di polizia, dall’altro Rama ha ribadito con forza la sua linea, definendo gli investitori (tra cui figura il genero del presidente americano Donald Trump, Jared Kushner) come “partner eccezionali”.

L’inchiesta della procura e le difese del premier

Mentre i cortei invadono le piazze – con gli studenti e le associazioni della diaspora che hanno organizzato manifestazioni di solidarietà anche in Italia e negli Stati Uniti – il fronte giudiziario si è mosso su un terreno delicato. L’ufficio del procuratore speciale contro la corruzione (SPAK) ha infatti confermato l’apertura di un’indagine sui fondi utilizzati per l’acquisizione dei titoli fondiari nella zona di Zvërnec, una mossa che getta un’ombra sulla trasparenza dell’affare.

La difesa del premier, in questo senso, si è affidata alla distinzione tra i due progetti: mentre per l’isola di Sazan lo stato è disposto a rimanere socio pubblico, per l’area di Zvërnec Rama ha precisato che “sono loro a doversi mettere d’accordo con i proprietari”, sostenendo la natura prettamente privata della trattativa.

Questa posizione, tuttavia, non ha convinto i critici, che vedono nella figura di Kushner – il quale vanta stretti legami con i fondi sovrani del Golfo – l’ennesimo tentativo di influenzare le politiche territoriali albanesi attraverso canali opachi. Va ricordato, in un’ottica comparata, come un progetto analogo sostenuto dallo stesso gruppo di investitori sia recentemente fallito a Belgrado, in Serbia, dove un’indagine penale ha portato all’incriminazione di ex funzionari governativi accusati di abuso d’ufficio per aver modificato lo status di un’area protetta.

La procura serba ha contestato a quattro persone, tra cui un ministro, di aver falsificato documenti per favorire la lottizzazione di un ex complesso militare; un precedente che, seppur in un contesto giuridico diverso, alimenta i timori di chi in Albania grida allo scandalo.

Un paese spaccato tra sviluppo e tutela

Il cuore della disputa, che trascende ormai la mera cronaca ambientale per toccare le fondamenta del sistema politico albanese, risiede nella contrapposizione tra due visioni inconciliabili dello sviluppo. Da una parte, Rama – che ha paragonato l’operazione a un volano per il turismo di lusso – insiste affinché il paese non riceva “lo stigma di essere ostile agli investitori”, sottolineando come il cantiere porti posti di lavoro e prestigio internazionale.

Dall’altra, gli oppositori sottolineano come l’intervento edilizio in una zona umida protetta rischi di distruggere irrimediabilmente un ecosistema unico in Europa, aprendo la strada a una cementificazione selvaggia della costa. Gli slogan “Albania non è in vendita” e “Rivogliamo indietro le nostre dune” risuonano ormai come un monito chiaro per l’esecutivo, che si trova a dover gestire la più grande crisi di consenso dalla fine dell’era comunista.

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