La Slovenia dice no al suicidio assistito, battuta la legge sul fine vita

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Gli elettori sloveni, chiamati a esprimersi attraverso un referendum abrogativo, hanno respinto la normativa che introduceva il fine vita volontario e assistito, approvata dal Parlamento nella sessione del 24 luglio. Un esito che, nonostante l'assenza di un quorum partecipativo, segna una netta inversione di tendenza rispetto all'indirizzo liberale sul tema dei diritti civili perseguito dall'esecutivo in carica. I seggi, aperti dalle sette del mattino, hanno visto recarsi alle urne poco meno di un milione e settecentomila cittadini, i quali hanno deciso le sorti di una legge fortemente voluta dalla maggioranza di centro-sinistra del premier Robert Golob e dal suo partito, il Movimento Libertà.

Il percorso della legge e la consultazione popolare

La legge, che aveva sollevato un acceso dibattito nel paese, è stata dunque bocciata grazie al raggiungimento di una soglia contraria specifica: per abrogarla, infatti, era necessario che almeno un quinto del Corpo elettorale, corrispondente a circa trecentoquarantamila voti, si esprimesse per il "No". Una condizione che è stata ampiamente superata, come dimostrano i risultati, sancendo così la fine del percorso legislativo di una proposta che aveva diviso l'opinione pubblica e le forze politiche. Il quesito referendario, che chiedeva ai cittadini se fossero a favore dell'applicazione della legge, ha quindi ottenuto una risposta negativa, chiudendo, almeno per il momento, la discussione sull'argomento.

Le reazioni dal mondo cattolico

Tra i primi a commentare l'esito del voto è stato il presidente della Conferenza episcopale slovena, il vescovo di Novo Mesto Andrej Saje, il quale ha espresso apertamente la propria soddisfazione. In una dichiarazione, Saje ha affermato di accogliere «con gratitudine» il risultato, sottolineando come si sia affermata «la consapevolezza che ogni vita umana è preziosa e inviolabile». La posizione della Chiesa cattolica, che si è impegnata in una campagna per il "No", trova dunque piena corrispondenza nel verdetto delle urne, interpretato come una conferma della necessità di proteggere la vita in ogni circostanza, considerandola il valore più alto.

Le implicazioni politiche del voto

L'esito del referendum rappresenta un significativo smacco politico per il governo Golob e per la sua coalizione progressista ed ecologista, la quale aveva fatto dei diritti civili, compreso quello al fine vita, uno dei capisaldi del proprio programma. L'inversione a "U" definita dal voto popolare dimostra come su temi etici così delicati l'orientamento della maggioranza parlamentare non sempre coincida con quello dell'elettorato, il quale ha mostrato, in questa occasione, una visione differente. La sconfitta, per quanto circoscritta a un singolo provvedimento, indebolisce pertanto l'esecutivo, costringendolo a fare i conti con un malcontento che va al di là delle aule del Parlamento.

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