I lavoratori della Fenice pronti a bloccare la stagione, mentre il caso Venezi arriva in Parlamento

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   La rivolta dei lavoratori del teatro La Fenice di Venezia, che ha già portato allo sciopero e alla conseguente cancellazione della prima del "Wozzeck" di Alban Berg, non si placa e anzi minaccia di estendersi all'intera programmazione artistica. Oltre trecento dipendenti, tra i quali centosettantacinque orchestrali e artisti del coro, hanno infatti dichiarato di essere pronti a inasprire le forme di protesta, le quali, se non si giungerà a una soluzione, potrebbero paralizzare la prossima stagione lirica. La loro richiesta, perentoria, è la revoca della nomina di Beatrice Venezi a direttore musicale, una decisione percepita come calata dall'alto, senza un reale confronto con la compagine artistica del teatro, la cui competenza, d'altronde, costituisce il fondamento stesso dell'operato di un'istituzione così prestigiosa.

La questione approda in Aula

Il caso, travalicando i confini del mondo della lirica, ha ormai acquisito una rilevanza nazionale, tanto da approdare nelle aule del Parlamento. Un deputato del Movimento 5 Stelle ha interpellato il ministro della Cultura, chiedendo chiarimenti a seguito di voci, apparse su una nota testata, che parlerebbero di un negoziato in corso tra l'esecutivo e la direzione del teatro. L'obiettivo di questo dialogo, stando a quanto si è lasciato trapelare, sarebbe la ricerca di una figura di mediazione, un direttore artistico che, affiancando la Venezi, tenterebbe di smorzare le polemiche; una mossa, questa, che molti interpretano come un tentativo di aggirare le proteste senza dover formalmente rinunciare alla designazione originale, la quale rimane un punto fermo dell'azione di governo in ambito culturale.

Le ragioni di una contestazione

Le obiezioni sollevate dagli addetti ai lavori, le cui voci si sono levate compatte da più parti d'Italia, si concentrano principalmente sulla preparazione e sull'esperienza della direttrice, ritenuta da alcuni non all'altezza dell'incarico. "Venezi è social? Non ci serve una influencer", è stato uno degli slogan che ha riassunto lo scetticismo di chi opera quotidianamente nelle fondazioni liriche, i quali, pur avendo i titoli per un giudizio tecnico, si sono visti accusare a loro volta di muoversi su un piano politico e preconcetto. La disputa, com'è inevitabile, ha riacceso antiche divisioni ideologiche, con la direttrice che, avendo più volte dichiarato la sua vicinanza all'attuale presidente del Consiglio e ai suoi valori, è stata al centro di aspre critiche da parte di chi vede in questa nomina una sorta di intrusione politica in un campo che dovrebbe essere guidato esclusivamente dal merito.

Uno scontro che va oltre la musica

Ciò che emerge con chiarezza, al di là delle singole posizioni, è uno scontro tra due visioni diametralmente opposte della cultura e della sua gestione. Da un lato, si osserva una certa tendenza, da parte della politica, a disquisire di materie – come la direzione d'orchestra e la programmazione musicale – per le quali non si possiedono i necessari titoli, sostenendo le proprie beniamine e bollando come fazioso il dissenso di chi, invece, quei titoli li detiene da una vita. Dall'altro, c'è un mondo dello spettacolo che, sentendosi scavalcato nelle sue prerogative, reagisce con una fermezza inusitata, difendendo la propria autonomia e la propria professionalità, considerate l'unico vero baluardo a difesa della qualità artistica, la quale, in un teatro come la Fenice, rappresenta un patrimonio non negoziabile.

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