Extraprofitti petroliferi, il nodo della tassa Ue tra richieste italiane e resistenze politiche
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Redazione Interno
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La guerra in corso nello Stretto di Hormuz, che ha riaperto la ferita della fragilità energetica globale, continua a far sentire i propri effetti sui prezzi dei carburanti, mettendo a dura prova le tasche degli automobilisti e la tenuta dei bilanci familiari, senza risparmiare le imprese che vedono lievitare i costi della logistica e della produzione.
In questo scenario di tensione internazionale, il dibattito politico italiano ed europeo si è riacceso attorno a un tema caldo, quello degli extraprofitti delle compagnie petrolifere, con il governo Meloni che si trova a dover navigare tra la necessità di trovare risorse per calmierare i rincari e le resistenze di una parte della maggioranza e del mondo imprenditoriale.
La richiesta, avanzata dal ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti insieme ai colleghi di altri sei Paesi membri, di introdurre una tassa europea sugli extraprofitti energetici ha riacceso lo scontro politico, con le opposizioni che premono per un intervento immediato mentre la premier Giorgia Meloni preferirebbe un coordinamento a livello comunitario per evitare distorsioni competitive.
I numeri da capogiro e il rebus dell'imposta europea
A rendere incandescente il clima è la mole degli utili realizzati dalle otto maggiori compagnie petrolifere quotate, che solo tra aprile e giugno di quest'anno hanno messo a segno profitti per quasi 93 miliardi di dollari, un dato che stride con le difficoltà quotidiane dei cittadini costretti a fare i conti con un'impennata dei prezzi alla pompa che non accenna a fermarsi.
L’idea di tassare questi extraprofitti, ovvero quella parte di guadagno che deriva da condizioni di mercato eccezionali e non da scelte gestionali o investimenti produttivi, è quindi tornata prepotentemente al centro del dibattito, ma la sua attuazione pratica si scontra con ostacoli di natura politica e tecnica che ne hanno già decretato il fallimento in passato.
Già durante il governo Draghi, infatti, un tentativo analogo di tassare gli extraprofitti del settore energetico si risolse in un sostanziale flop, a causa delle difficoltà nel definire con precisione la base imponibile e nel distinguere i profitti eccezionali da quelli ordinari, senza contare il rischio di traslare l'onere fiscale sui consumatori finali attraverso un ulteriore aumento dei prezzi.
La proposta attuale, che Giorgetti ha rilanciato in sede europea, mira a superare questi limiti agendo a livello sovranazionale, in modo che l’imposta sia armonizzata e non penalizzi le compagnie che operano in un singolo Stato, ma le resistenze di alcuni Paesi, a partire dalla Germania, rendono il percorso tutt'altro che scontato.
Le posizioni in campo: dall'Urss di Tajani all'assalto della sinistra
Il fronte del governo appare per ora spaccato sulla misura, con il vicepremier e ministro degli Esteri Antonio Tajani che ha bollato l'ipotesi della tassa sugli extraprofitti con una battuta destinata a fare discutere, sostenendo che una simile misura "sa di Urss", un'accusa che richiama lo spettro di un intervento statale troppo pesante e lesivo della libertà di impresa in un'economia di mercato.
Questa posizione, che riflette la sensibilità liberale di una parte della maggioranza, si contrappone alla richiesta di intervento proveniente dalle opposizioni e da alcune anime dello stesso esecutivo che vedono nella tassazione straordinaria un modo per reperire risorse da destinare a un taglio delle accise o a un sostegno diretto alle famiglie più colpite dai rincari.
Nel mirino della sinistra, in particolare, c'è la lentezza con cui il governo sta affrontando la questione, con accuse di attendismo e di scarsa sensibilità verso le difficoltà della collettività, mentre i prezzi di benzina e gasolio continuano a salire toccando livelli che non si vedevano da tempo.
L'esecutivo, dal canto suo, rivendica di aver già messo in campo azioni concrete per alleviare il peso dei carburanti, come la riduzione temporanea delle accise finanziata attraverso risorse pubbliche e il maggior gettito IVA generato proprio dall'aumento dei prezzi, ma la pressione politica e sociale spinge per soluzioni più strutturali e di più ampio respiro.
L'incognita della manovra e la ricerca di un accordo con le imprese
In questo contesto, il governo appare intenzionato a percorrere una strada che non esclude del tutto una tassazione sugli extraprofitti, ma che la subordina a un accordo preventivo con le stesse compagnie petrolifere, nella convinzione che un'intesa condivisa possa garantire un risultato più efficace e duraturo di un intervento unilaterale e calato dall'alto.
L'obiettivo dichiarato da più parti della maggioranza è quello di calmierare quello che viene definito un "salasso" per la collettività, derivante da una congiuntura internazionale che premia i produttori di energia a scapito dei consumatori, ma il nodo rimane quello di individuare gli strumenti giusti per farlo senza compromettere gli investimenti del settore e senza innescare fughe di capitali.
La partita, che si giocherà nelle prossime settimane anche in vista della manovra di bilancio, è resa ancora più complessa dalla necessità di tenere conto delle dinamiche europee, con la Commissione che osserva con attenzione le mosse dei singoli Stati e valuta la possibilità di proporre essa stessa un quadro normativo comune per gestire le crisi energetiche future.
Nel frattempo, per gli automobilisti e per le imprese italiane, la realtà quotidiana è fatta di aumenti continui che pesano su ogni settore, dalla mobilità privata al trasporto merci, mentre la politica cerca faticosamente di trovare una quadra che contemperi esigenze di bilancio, equità sociale e competitività del sistema produttivo in un quadro internazionale segnato da una volatilità destinata a durare.
I precedenti e le difficoltà tecniche della misura
Chi ricorda il tentativo del governo Draghi sa bene quanto sia difficile tradurre in pratica il concetto di extraprofitto, una definizione che sfugge a una misurazione oggettiva e che richiede parametri di riferimento chiari per essere applicata senza creare contenziosi o effetti distorsivi.
La sfida principale per il ministro Giorgetti e per i suoi omologhi europei sarà quella di costruire un meccanismo che colpisca solo gli utili eccezionali determinati dalla congiuntura sfavorevole, evitando di penalizzare le aziende che hanno investito in efficienza o che operano in contesti di mercato già di per sé competitivi.
L'alternativa, che sta prendendo piede negli ambienti tecnici, è quella di utilizzare gli introiti della tassazione straordinaria per alimentare un fondo europeo di sostegno alle famiglie e alle imprese energivore, in modo da restituire ai consumatori quanto le compagnie petrolifere hanno guadagnato dall'aumento dei prezzi delle materie prime.
Resta da vedere se l'Europa sarà capace di superare le divisioni interne e di varare una misura che appare politicamente complicata, ma che la pressione dell'opinione pubblica e dei sindacati rende sempre più urgente, in una fase in cui la percezione di ingiustizia sociale legata ai grandi profitti in tempi di crisi è diventata un dato politico di primaria importanza.
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