Matteuzzi, la giudice suona la sbarra contro gli haters: «Hanno trasformato la vittima in carnefice»
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Redazione Interno
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A distanza di oltre quattro anni dal femminicidio di Alessandra Matteuzzi, avvenuto a Bologna il 23 agosto 2022, arriva una pronuncia che entra nel merito di un fenomeno collaterale e spesso sottovalutato: l'odio online rivolto contro le vittime di violenza di genere.
Nelle motivazioni della sentenza emessa lo scorso luglio, la giudice del Tribunale di Bologna Nicolina Polifroni ha condannato quattro imputati per diffamazione aggravata, delineando un quadro inquietante di come i commenti pubblicati sui social dopo l'omicidio abbiano finito per ribaltare i ruoli, addossando alla donna uccisa la colpa della propria morte.
Le parole della sentenza e l'inversione di ruolo
Il documento depositato dalla magistrata non risparmia critiche alle «esternazioni contrarie ad ogni senso di umanità» che, secondo l'accertamento giudiziario, hanno avuto l'effetto di «trasformare la vittima in carnefice». La giudice Polifroni ha rilevato come la donna sia stata «esposta al pubblico disprezzo» e dipinta, attraverso i post incriminati, come «una donna di facili costumi, incapace e immatura, manipolatrice e, per questo e in ragione dell'età, in grado di deviare il compagno più giovane».
Un ritratto che, sempre secondo le motivazioni, ha incitato a una «incredibile inversione di ruolo tra i soggetti coinvolti», attribuendo di fatto alla vittima la causa della propria uccisione e all'assassino una sorta di giustificazione. La sentenza definisce inoltre quelle espressioni come figlie di una «visione ormai anacronistica e patriarcale delle unioni sentimentali», in cui la donna non avrebbe facoltà di interrompere unilateralmente il rapporto.
Il contesto del femminicidio e il processo agli haters
La vicenda giudiziaria affonda le radici nel brutale assassinio di Alessandra Matteuzzi, 56 anni, massacrata sotto casa dall'ex fidanzato Giovanni Padovani con calci, pugni, martellate e colpi inferti con una panchina di ferro. Per quel delitto, l'uomo è stato condannato all'ergastolo in via definitiva, con la Cassazione che ha confermato la piena capacità di intendere e di volere dell'imputato al momento dei fatti.
Parallelamente al processo principale, la famiglia della vittima ha intrapreso una battaglia legale contro coloro che, dopo l'omicidio, hanno offeso la memoria della donna sui social network. Le indagini avevano inizialmente coinvolto un numero più ampio di persone, ma diverse posizioni sono state stralciate dopo che alcuni utenti avevano risarcito i familiari ottenendo la remissione della querela. Per i quattro rimasti sotto processo, tre donne e un uomo, è invece arrivata la condanna.
Le pene e il risarcimento ai familiari
La giudice Polifroni ha inflitto agli imputati pene pecuniarie che, secondo quanto riportato, variano dai 4.000 ai 20.000 euro. A queste si aggiunge l'obbligo di risarcimento del danno: 5.000 euro ciascuno in favore di Stefania Matteuzzi, sorella della vittima, e 3.000 euro ciascuno per i due nipoti, che si erano costituiti parte civile nel procedimento. Per tre delle posizioni giudicate la pena è stata sospesa, mentre in un solo caso la sospensione è stata subordinata al pagamento effettivo del risarcimento.
La decisione arriva al termine di un iter processuale che ha visto i familiari, assistiti dagli avvocati Chiara Rinaldi e Antonio Petroncini, opporsi con determinazione alla narrazione diffamatoria diffusa online.
La reazione della famiglia e il valore della pronuncia
Stefania Matteuzzi, che fin dal primo momento ha seguito le udienze e sostenuto il peso di un dolore mai attenuato, ha commentato la sentenza definendola un manifesto di valori. La donna ha sottolineato come la pronuncia della giudice Polifroni rappresenti non solo un atto dovuto sul piano giuridico, ma anche un monito culturale per chiunque utilizzi i social network in modo violento, ribadendo che la memoria di sua sorella era stata oltraggiata ben oltre il dramma già consumato.
Le motivazioni depositate a ottobre mettono nero su bianco un principio destinato a fare giurisprudenza: la diffamazione postuma non è un semplice eccesso verbale, ma una seconda aggressione che colpisce la dignità di chi non può più difendersi e ferisce i vivi che ne custodiscono il ricordo.
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