Alessandra Matteuzzi, condannati gli hater: le parole della giudice

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Quattro persone sono state condannate per diffamazione aggravata per i commenti offensivi pubblicati sui social dopo il femminicidio di Alessandra Matteuzzi, uccisa dall'ex fidanzato a Bologna. Nelle motivazioni della sentenza pronunciata a luglio, la giudice Nicolina Polifroni descrive un attacco alla memoria della donna che ha finito per «trasformare la vittima in carnefice», attribuendole la responsabilità della propria morte. Gli imputati, tre donne e un uomo, sono stati condannati a pene pecuniarie e al risarcimento dei danni subiti dai familiari.

Le motivazioni della sentenza e le accuse rivolte alla vittima

Il Tribunale ha definito i messaggi pubblicati online «esternazioni contrarie a ogni senso di umanità», caratterizzate da giudizi offensivi sulla vita privata e sulle scelte sentimentali della donna. Nei commenti esaminati durante il procedimento, gli utenti avevano cercato di giustificare il comportamento dell'assassino, presentando la relazione con la sua ex compagna come una situazione nella quale sarebbe stata quest'ultima a esercitare un'influenza negativa. Una ricostruzione che, secondo la magistrata, ha esposto la persona uccisa al pubblico disprezzo attraverso accuse prive di giustificazione.

Particolare attenzione viene dedicata alla differenza d'età tra i protagonisti della relazione. La donna aveva 56 anni, mentre Giovanni Padovani ne aveva 27 all'epoca del delitto. Gli autori dei messaggi avevano utilizzato questo elemento per descriverla come manipolatrice, immatura e incapace di gestire il rapporto sentimentale, arrivando a rappresentare il compagno più giovane come una persona condizionata dalle sue decisioni. La giudice riconduce queste affermazioni a una concezione patriarcale delle relazioni, nella quale viene contestata alla donna anche la possibilità di interrompere unilateralmente un legame affettivo.

Secondo le motivazioni, le espressioni contestate non si limitavano a manifestare disapprovazione verso una relazione sentimentale. Il loro contenuto suggeriva che la vittima avesse provocato la reazione violenta del suo ex, costruendo una giustificazione per l'autore dell'omicidio. La sentenza evidenzia così una «incredibile inversione di ruolo» tra le persone coinvolte, determinata da messaggi diffusi pubblicamente attraverso piattaforme digitali e capaci di alimentare ulteriori offese nei confronti di chi era già stata assassinata.

Il femminicidio a Bologna e la denuncia dei familiari

Alessandra fu assassinata il 23 agosto 2022, in strada, sotto la propria abitazione. L'ex fidanzato la aggredì con calci, pugni e colpi di martello, infierendo anche con una panchina di ferro. Prima dell'omicidio, la donna aveva denunciato l'uomo per stalking. Per quel delitto, l'ex calciatore originario di Senigallia è stato condannato all'ergastolo con una sentenza divenuta definitiva.

Dopo l'uccisione, numerosi messaggi offensivi comparvero su Facebook e Instagram, anche attraverso profili identificati da soprannomi. La sorella Stefania Matteuzzi e i suoi due figli, particolarmente legati alla zia, decisero di denunciare gli autori delle espressioni diffamatorie. I familiari sono stati assistiti dagli avvocati Chiara Rinaldi e Antonio Petroncini. Le indagini avevano inizialmente riguardato diversi utenti, alcuni dei quali hanno successivamente definito la propria posizione attraverso accordi risarcitori, mentre i procedimenti relativi agli altri sono confluiti nel processo concluso con le condanne.

Le pene pecuniarie e i risarcimenti stabiliti dal Tribunale

La decisione prevede sanzioni economiche comprese tra 4.000 e 20.000 euro, oltre al pagamento delle somme riconosciute alle persone offese. Ciascun imputato dovrà versare 5.000 euro alla sorella della donna e 3.000 euro complessivi ai due nipoti. Per tre posizioni è stata disposta la sospensione della pena; in uno di questi casi, il beneficio è subordinato al pagamento del risarcimento stabilito dal giudice.

Nella valutazione del danno, il Tribunale ha tenuto conto della sofferenza morale provocata ai parenti dalla diffusione delle offese. Le motivazioni richiamano espressamente le deposizioni rese durante il processo, descritte come emotivamente difficili, nelle quali i familiari hanno raccontato le conseguenze degli attacchi alla memoria della donna. In un'intervista rilasciata nell'agosto 2026, Stefania ha spiegato che la scelta di denunciare gli utenti era maturata anche dalla volontà di difendere i valori della propria famiglia e il ricordo della sorella. Ha inoltre raccontato che soltanto uno degli imputati si era presentato personalmente in aula, mentre le altre tre persone erano rappresentate dai rispettivi avvocati.

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