Paola Perego, l’addio di Simona Ventura a “Citofonare Rai 2” e quella frase che chiude il capitolo: “È finita così”

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   C’è una frase, asciutta e netta, che Paola Perego ha scelto per archiviare una delle collaborazioni televisive più discusse degli ultimi anni. “Lei ha scelto un’altra strada, ci sta. Ha scelto di andare a Mediaset e fare un altro percorso. È finita così”. Parole che, pronunciate nell’intervista rilasciata al Corriere della Sera in vista dei suoi sessant’anni – spegnerà le candeline il 17 aprile –, restituiscono senza troppi fronzoli la realtà del passaggio di consegne alla guida di “Citofonare Rai 2”. Se Simona Ventura ha infatti deciso di fare le valigie e tornare nell’orbita di Cologno Monzese per intraprendere una nuova avventura professionale, la Perego non solo rimane saldamente al timone del programma del sabato mattina (in onda alle 11.15 con replica la domenica), ma lo fa ora affiancata da una vecchia conoscenza: Paola Barale, che era già stata sua inviata ai tempi de “La Talpa” e che, nelle intenzioni della conduttrice, rappresenta la pedina giusta per continuare a far decollare quella fascia di ascolti partita da un misero 2% e arrivata fino al 7%.

Lungi dall’essere un semplice cambio di volto in uno studio televisivo, questo avvicendamento – avvenuto senza particolari scossoni o dichiarazioni bellicose – sembra riflettere una fase di profonda maturità professionale per la Perego, che in questa stessa intervista ha voluto mettere i puntini sulle “i” riguardo alla sua salute. “Ho avuto un carcinoma maligno al rene. L’ho scoperto e curato in tempo solo perché faccio prevenzione annuale a pagamento e trovo che questa sia una delle più grande ingiustizie sociali”: la confessione, cruda e diretta, sposta improvvisamente l’attenzione dal gossip alla sostanza, denunciando un privilegio che – come lei stessa sottolinea – rischia di diventare una condanna per chi quei controlli non può permetterseli. La conduttrice, reduce da una nefrectomia parziale risolutiva che le ha evitato terapie più invasive come la chemioterapia, ammette che le priorità, dopo una botta del genere, cambiano inevitabilmente; accetta la fragilità dell’essere umano, ma non rinuncia a lanciare un sasso nello stagno di un sistema sanitario che, a suo avviso, lascia ancora troppe persone indietro.

Una carriera costruita sui generi e la nuova maturità dei sessant’anni

Nata a Monza e cresciuta artisticamente tra mille gavette – il primo passo da modella ancora minorenne, poi l’approdo in tv negli anni Ottanta, fino a diventare giornalista pubblicista con una laurea in scienze della comunicazione –, Paola Perego rappresenta un pilastro della televisione italiana capace di attraversare decenni senza mai fossilizzarsi in un unico ruolo. Oggi, mentre si prepara a festeggiare il compleanno con una cena riservata (“niente torte a tre piani”, ha scherzato), la conduttrice guarda al suo e al suo lavoro con occhi diversi rispetto a trent’anni fa. “Mi piaccio molto più oggi che a 30 o a 40 anni”, ha confessato, spiegando che la consapevolezza e l’accettazione di sé vanno ormai ben oltre l’aspetto fisico. Una serenità conquistata sul campo, visto che – come ha ricordato – nel 2017 fu costretta a subire la chiusura di un programma (“Parliamone sabato”) con l’accusa, da lei respinta al mittente, di sessismo; un colpo durissimo che le ha tolto per anni il piacere di divertirsi sul posto di lavoro.

Quel piacere, oggi, sembra essere tornato in pieno. Oltre al rinnovato impegno su “Citofonare Rai 2” – dove la Barale ha preso il posto della Ventura –, la Perego è anche alla guida del game show “The Floor” in prima serata su Rai2 (affiancata da Gabriele Vagnato) e ha da poco lanciato un podcast dal titolo ironico “Poteva andare peggio”, senza dimenticare l’uscita del suo libro autobiografico “A modo mio” per Sperling&Kupfer. Un periodo florido, insomma, che la vede più attiva che mai nonostante l’età che avanza. E a proposito di avanzamento, c’è un altro ruolo che l’ha riempita di gioia: quello di nonna. “Ho visto nascere mio nipote, mia figlia mi ha voluta in sala parto. I miei nipoti possono tutto di me”, ha raccontato, descrivendosi come una “nonna un po’ pazza” che finalmente si concede quella leggerezza che forse, da mamma giovane e impegnata, non aveva mai osato sperimentare.

La scelta di Paola Barale e il “gioiellino” della domenica mattina

Ma torniamo al cuore della vicenda che ha acceso i riflettori in queste ore, ovvero la dinamica – o meglio, la non-dinamica – con Simona Ventura. Laddove molti cercavano scintille o veleni, la Perego ha opposto un muro di professionalità quasi impassibile: “Lo considero il mio gioiellino”, ha detto del programma, rivendicandone la paternità artistica e i successi in termini di share. Il cambio di conduzione, insomma, non l’ha affatto destabilizzata; anzi, le ha permesso di chiamare al fianco una Paola Barale che l’intervistata definisce “intelligente, divertente” e la cui immagine, soprattutto, non è “troppo sfruttata”. Una scelta, quest’ultima, che non sembra casuale: in un mondo televisivo dove l’usura dell’immagine è un rischio concreto, la Perego ha preferito pescare dal proprio archivio una collega con cui aveva già condiviso il set, trovandola oggi “matura” e sorprendentemente affine a sé.

Per il resto, la conduttrice – che vive stabilmente a Roma con il marito (e da tempo manager) Lucio Presta, pur conservando un “rifugio del cuore” nella campagna della Sabina – non si è lasciata andare a recriminazioni o a giudizi sul percorso che Ventura sta intraprendendo a Mediaset. Si è limitata a constatare un fatto: lei ha preso una strada, io un’altra, e il programma va avanti lo stesso. Un approccio che forse, più di mille parole, racconta il grado di autonomia e di potere contrattuale che la Perego è riuscita a costruirsi in oltre quarant’anni di carriera. Un potere che, come ha tenuto a precisare, non è legato all’aspetto fisico (“se sei solo bella duri da Natale a Santo Stefano”), bensì alla capacità di dimostrare giorno dopo giorno di saper fare questo mestiere, assecondando i cambiamenti del mezzo senza mai perdere di vista la sostanza.

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