“Michael” e l’operazione nostalgia: il biopic sul Re del Pop arriva al cinema
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Redazione Cultura e Spettacolo
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C’è un momento, in ogni film biografico che si rispetti, in cui la finzione cede il passo all’aneddoto, e l’aneddoto alla leggenda. Con Michael, l’attesissimo film dedicato a Michael Jackson diretto da Antoine Fuqua, questo meccanismo – lo si intuisce già dalla produzione travagliata che lo ha preceduto – scatta in sala a partire dal 23 aprile, quando la pellicola approderà nelle sale italiane ed europee. Il racconto, che si snoda dagli esordi del piccolo Michael con i Jackson 5 negli anni Sessanta fino alle ultime, drammatiche settimane di vita del cantante, prova a intrecciare la creatività sconfinata dell’artista con gli aspetti più intimi della sua esistenza privata. Non si tratta solo di una sfilza di successi, quelli che vanno da Thriller al Bad World Tour, ma anche di un tentativo – riuscito solo a metà, secondo chi ha avuto modo di visionare le anteprime – di restituire la complessità di un uomo che ha fatto della sua immagine pubblica un’arma a doppio taglio.
Eppure, a tenere banco nelle cronache di questi giorni non è solo il ritorno sul grande schermo del "Re del Pop", quanto piuttosto ciò che non si vede. Perché se da un lato la macchina promozionale spinge sulla cura maniacale dei dettagli – basti pensare alla presenza scenica di Jaafar Jackson, nipote del cantante chiamato a una prova di forza emotiva senza precedenti – dall’altro il film arriva in sala con un peso specifico notevole legato a questioni contrattuali e legali irrisolte. La genesi di Michael è stata segnata da riprese aggiuntive e da un lavoro di post-produzione che ha letteralmente tagliato via un terzo della narrazione originale, quella che avrebbe dovuto occuparsi delle accuse di abusi che hanno segnato la parabola discendente dell’artista. Una scelta, quest’ultima, dettata non tanto da esigenze artistiche quanto da clausole precise: un accordo risalente al 1994 con uno degli accusatori, Jordan Chandler, vietava esplicitamente qualsiasi menzione o rappresentazione del caso in un’opera cinematografica.
La sfida di Jaafar Jackson: sangue e palcoscenico
Nel mezzo di queste turbolenze produttive, a reggere l’intera operazione c’è la performance di Jaafar Jackson, il ventinovenne figlio di Jermaine Jackson che fa qui il suo esordio come attore protagonista. Non è una semplice scelta di casting, quella di Fuqua: è una scommessa sulla trasfigurazione del gesto, sulla capacità di ereditare non solo i tratti somatici ma anche quella meccanica del movimento che ha reso Michael Jackson un’icona assoluta. Jaafar, che finora si era mosso nell’ambito musicale, si trova improvvisamente proiettato in una bolla di aspettative altissime, costretto a confrontarsi con lo zio senza mai cadere nella macchietta. Lo stesso attore ha raccontato di essere rimasto inizialmente spiazzato dalla visione del montaggio finale, chiedendosi dove fossero finite intere sequenze girate sul set; una reazione, la sua, che restituisce l’idea di un cantiere aperto e richiuso in fretta, dove le cesoie della post-produzione hanno tagliato più del dovuto.
Intorno a lui, un cast di supporto di prim’ordine prova a fare da contrappeso narrativo: Miles Teller veste i panni dell’avvocato John Branca, figura chiave nella gestione dell’impero economico del cantante, mentre Kat Graham e gli altri comprimari danno volto a quelle figure – da Berry Gordy a Diana Ross – che hanno costellato la biografia artistica di Jackson. La pellicola, insomma, cerca un equilibrio precario tra la celebrazione dell’estetica pura (le luci, i movimenti, i costumi che hanno ridefinito la cultura pop) e la cronaca di una vita privata fatta di incontri cruciali e relazioni familiari complesse, a partire dal rapporto con il padre Joe, interpretato da Colman Domingo.
Un’eredità contesa tra musica e oblio
Quel che ne esce, secondo le prime critiche internazionali, è un prodotto che assomiglia più a un’operazione nostalgia che a un’indagine approfondita. Il film sceglie deliberatamente di concludersi con un trionfo – le tappe del Bad World Tour del 1988 – eludendo sistematicamente il decennio più buio della vita della pop star. Una scelta che ha fatto storcere il naso a una parte dell’opinione pubblica, ma che appare perfettamente in linea con la strategia della tenuta patrimoniale del lascito Jackson. D’altronde, la macchina da soldi del fenomeno Jackson non si è mai fermata: dalle repliche di MJ: The Musical a Broadway agli spettacoli del Cirque du Soleil a Las Vegas, il brand continua a valere centinaia di milioni, e questo film – prodotto dallo stesso Graham King di Bohemian Rhapsody – insegue proprio quel pubblico globale capace di separare l’artista dall’uomo.
La lavorazione del film è stata un parto lungo e segnato da intoppi. Dopo lo stop forzato per gli scioperi degli attori del 2023, le riprese principali si sono concluse nella primavera del 2024, ma già si vociferava di una possibile suddivisione in due parti. Quando la sceneggiatura originale, che affrontava l’impatto delle accuse sulla vita di Jackson, è entrata in conflitto con i veti incrociati degli eredi e degli accordi stipulati in passato, si è reso necessario un reset narrativo. Ventidue giorni di nuove riprese a giugno 2025 hanno riscritto il terzo atto, cancellando ogni riferimento esplicito alle aule di tribunali e alle inchieste, per un costo aggiuntivo che si aggirerebbe tra i dieci e i quindici milioni di dollari, saldati direttamente dalle casse della tenuta dell’artista. Ne è venuto fuori un prodotto che, tecnicamente, è una bomba a orologeria estetica: le scene di concerto sono curate nei minimi dettagli, la regia di Fuqua restituisce l’energia caotica delle esibizioni live, ma lo scheletro drammaturgico appare ripulito, levigato da ogni asperità scomoda.
Lo schermo e la rimozione del "lato B"
Il paradosso, insomma, è che Michael arriva nelle sale in un momento storico in cui la figura del cantante è più divisiva che mai. Da un lato, il record di ascolti su Spotify e la nostalgia di massa degli anni Ottanta ne fanno un prodotto di sicuro richiamo; dall’altro, la recente messa in onda di documentari come Leaving Neverland ha riacceso i riflettori su testimonianze che la produzione ha scelto di ignorare completamente. Il regista Antoine Fuqua, abituato a raccontare eroi tormentati e duri a morire in pellicole come Training Day, si è trovato a gestire una materia prima esplosiva, dove il confine tra vittima e carnefice è volutamente lasciato in ombra. La versione che arriva in sala, della durata di poco più di due ore (ben meno delle tre e mezza del montaggio originale), è quella che i vertici della Lionsgate sperano possa replicare il successo planetario di Bohemian Rhapsody, puntando tutto sulla potenza viscerale della colonna sonora e sulla bravura fisica di Jaafar.
Resta, alla fine, l’impressione di un’occasione in parte mancata. Se l’obiettivo era raccontare la vita di un uomo che "viveva una vita molto complicata", come disse lo stesso produttore King durante la promozione, il risultato finale tradisce questa ambizione, rifugiandosi nella comfort zone dello spettacolo puro. Per gli appassionati, Michael offre un’ultima, lunga carezza alla memoria di un genio incompreso; per i detrattori, non sarà altro che l’ennesimo, lucrativo tentativo di riscrivere la storia a colpi di moonwalk e luci stroboscopiche. E forse, in questo dualismo irrisolto, sta la vera natura dell’operazione: un film che parla più del nostro bisogno di miti che della realtà dei fatti.




