Djokovic, tra dubbi e profezie: "Alcaraz e Sinner sono migliori di me"

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Redazione Sport Redazione Sport   -   Quando Novak Djokovic parla, il mondo del tennis si ferma ad ascoltarlo. A 38 anni, fresco del suo titolo numero 101 conquistato all'ATP di Atene, il serbo ha concesso un'intervista profonda e sincera, per molti versi sorprendente, attraversando la sua carriera, il futuro e il rapporto con i due giovani rivali che stanno ridisegnando la gerarchia del circuito. Djokovic, che ha accettato le scuse del giornalista per le parole pronunciate al tempo della sua "deportazione" dall'Australia, si è mostrato lucido e introspettivo, quasi più del solito, delineando un ritratto di sé inedito e consapevole di trovarsi di fronte all'ultimo capitolo della sua straordinaria vita tennistica.

L'ammissione sui rivali

Il campione di 24 Grand Slam ha espresso, con una franchezza che pochi si sarebbero aspettati, i suoi dubbi sulla possibilità di aggiungere altri trofei Major al suo già sterminato palmarès, attribuendo le proprie incertezze all'ascesa inarrestabile di Carlos Alcaraz e Jannik Sinner. "Hanno fatto sì che io abbia dubbi di poter vincere un altro Grande Slam", ha confessato, aggiungendo poi, in una dichiarazione che risuona come un significativo passaggio di testimone, che i due giovani "oggi sono migliori" di lui. Un'affermazione che, provenendo da un atleta dalla mentalità ferrea e dalla fiducia incrollabile, segna un momento di profonda riflessione sulla fase finale della carriera.

La profezia e l'ombra del "caso Clostebol"

Oltre a riconoscere la superiorità attuale dei suoi avversari, Djokovic si è spinto a formulare una sorta di profezia riguardo all'italiano, affermando che "una nuvola lo seguirà", in riferimento alla vicenda della squalifica per Clostebol. Il serbo, pur dichiarandosi convinto che Sinner non abbia agito intenzionalmente, ha espresso perplessità sulla gestione dell'intero caso, definendolo pieno di "campanelli d'allarme" e avanzando l'opinione, durissima, che se il tennista coinvolto non fosse stato un atleta di altissimo livello ma "il numero 500 del mondo", la sanzione sarebbe stata certamente più severa, implicando così un trattamento differenziato.

Pesi sull'anima e confronti personali

Nel corso del dialogo, Djokovic ha anche tracciato un parallelo, seppur indiretto, tra la vicenda di Sinner e la propria decisione di non vaccinarsi durante la pandemia, scelte che hanno entrambe generato aspre polemiche e isolate critiche da parte di alcuni colleghi. Secondo la sua analisi, si tratta di "macchie" sulle rispettive reputazioni, episodi destinati a non essere dimenticati e a seguire gli atleti, come un'ombra persistente, nonostante le carriere siano il frutto incontestabile di un talento immenso e di successi smisurati.

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