Il “giallo” di Posillipo: un diamante da 300mila euro e il sospetto di una talpa insospettabile

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Più del valore stratosferico del bottino, che sfiora complessivamente il mezzo milione di euro, a far scattare l’allarme investigativo è un’altra questione, decisamente più inquietante per chi vive nei quartieri alti di Napoli: potrebbe esserci un’identità “scomoda” dietro la banda che ha narcotizzato e derubato una coppia di coniugi nel sonno. È questa la pista – quella di un insospettabile che avrebbe fatto da basista – sulla cui quale si stanno concentrando gli inquirenti dopo il colpo messo a segno in un lussuoso appartamento di Posillipo, dove sono spariti contanti, argenteria, gioielli e, ciliegina sulla torta di un furto già da capogiro, un diamante di 26 carati dal valore dichiarato di almeno 300mila euro. La sicurezza ricevuta dalle vittime, un imprenditore tessile ormai in pensione e la moglie, era infatti altissima: l’abitazione di via Orazio era protetta da inferriate, sistemi di allarme e un fitto impianto di videosorveglianza, elementi che però non hanno fermato i malviventi, anzi, sono stati aggirati con una disinvoltura che lascia pochi dubbi sul fatto che i ladri conoscessero già la mappa della casa.

Un professionista al lavoro: allarme disattivato e videocamere “accecate”

La banda – composta presumibilmente da almeno tre persone, di cui due operative all’interno e un palo all’esterno a bordo di un’auto – ha agito con una sicurezza chirurgica, come se avesse già studiato ogni singolo dettaglio della routine familiare e degli impianti di sicurezza. Gli elementi che fanno propendere per la presenza di una talpa sono numerosi e, a ben vedere, inequivocabili nella loro lucida programmazione. Innanzitutto, il sistema di allarme sonoro non era stato attivato quella notte; un dato, questo, che non avrebbe creato sospetti se non fosse stato accompagnato da un secondo particolare decisivo: i ladri, una volta dentro, hanno agito in pochi minuti rimuovendo fisicamente il dischetto (o il supporto di archiviazione) del sistema di videosorveglianza interno, portandolo con sé per cancellare ogni prova visiva del loro passaggio e dei loro volti. Un’azione che dimostra non solo che conoscessero la posizione esatta del dispositivo, ma anche che avessero pianificato come neutralizzare l’unico “testimone” elettronico dell’accaduto.

L’ipotesi della “talpa” e gli esami tossicologici sulle vittime

Proprio questa capacità di orientarsi nel buio e di sapere dove mettere le mani – senza frugare a casaccio ma andando dritti verso gli oggetti di maggior valore, nascosti in armadi e scrivanie – ha spinto gli investigatori del commissariato Posillipo, che potrebbero essere a breve affiancati dalla Squadra mobile, a scavare nella cerchia delle conoscenze dei derubati. La pista più battuta è quella della complicità esterna: qualcuno di insospettabile, magari un operaio che aveva avuto accesso all’abitazione per lavori di manutenzione o un conoscente della cerchia della famiglia, potrebbe aver fornito alla gang le informazioni cruciali riguardanti la refurtiva. Un dettaglio che alimenta questa tesi è la natura stessa del bottino principale: il diamante da 26 carati non era in cassaforte (dove la coppia custodiva il resto dei preziosi), bensì in un cassetto della scrivania dello studio, dove l’imprenditore lo teneva a portata di mano in attesa di una prossima perizia per stabilirne il valore esatto. Chi, all’infuori dei diretti interessati, sapeva della presenza di quella pietra in quel preciso punto? La risposta a questa domanda rappresenta il crocevia delle indagini. Parallelamente, gli inquirenti stanno cercando di fare chiarezza sul meccanismo del sonno profondo che ha colpito le vittime (71 anni lui, sulla settantina lei) e la loro collaboratrice domestica, una donna di origine filippina che lavora con la famiglia da oltre quindici anni e che è stata subito scagionata dai datori di lavoro. L’ipotesi principale è che i tre siano stati narcotizzati tramite l’irruzione di gas o spray soporiferi nella stanza durante la notte, ma la conferma definitiva arriverà solo dagli esami tossicologici, che dovranno essere effettuati entro le 72 ore dal fatto per poter rilevare eventuali tracce di sostanze sedative nel sangue.

Il quartiere nel mirino e le immagini delle telecamere di zona

Anche se i filmati interni sono stati compromessi, gli agenti stanno comunque visionando chilometri di nastri registrati dalle telecamere di videosorveglianza pubbliche e private della zona, nella speranza di immortalare il veicolo utilizzato per la fuga. In particolare, l’attenzione si è focalizzata su due auto sospette, le cui targhe risultavano di difficile lettura – forse alterate – nelle ore immediatamente successive al colpo, avvenuto nella finestra temporale compresa tra la mezzanotte e le sette del mattino. Il fenomeno dei furti a Posillipo, il quartiere panoramico più ambito e costoso della città, non è certamente una novità per i residenti, che ormai da anni denunciano un’emergenza sicurezza sempre più ciclica. Proprio in riferimento a questa ennesima intrusione, la presidente della Municipalità ha dichiarato che chiederà un aumento dei controlli interforze al prefetto, sottolineando come la zona, complice anche il maggior reddito pro capite e l’imminente entrata in vigore dei nuovi orari della Ztl di Marechiaro, rimanga un obiettivo primario per le bande specializzate in raid notturni.

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