Il decreto bollette nasce già vecchio e l’Italia si muove in direzione opposta a Bruxelles
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Interno
-
La crisi energetica, che da mesi tiene in scacco l’Europa, si è improvvisamente riaccesa con la guerra in Iran, e l’Italia, di fronte all’ennesimo allarme lanciato da Bruxelles, sembra aver imboccato un sentiero per certi versi opposto a quello indicato dalle istituzioni comunitarie. L’avvertimento, arrivato per lettera dal commissario Ue all’Energia, Dan Jorgensen, ai 27 ministri del settore, è stato tanto diretto quanto preoccupante: gli Stati membri devono prepararsi tempestivamente a un’interruzione prolungata delle forniture. Una previsione, questa, che ha il sapore amaro di una minaccia concreta, alimentata dalle tensioni geopolitiche in Medio Oriente e dalla fragilità di un sistema già provato dalla guerra in Ucraina. Eppure, mentre il quadro internazionale si fa sempre più oscuro, il governo italiano ha scelto di procedere con l’iter di un decreto – quello sulle bollette – che, per usare un eufemismo, molti osservatori hanno definito già superato dai fatti ancor prima della sua definitiva approvazione.
Il provvedimento, approvato dalla Camera con 157 voti favorevoli e 93 contrari e ora all’esame del Senato, mette in campo risorse per 5 miliardi di euro, concentrandosi su interventi tampone. Fra questi, spicca il bonus da 115 euro destinato alle famiglie con Isee fino a 10mila euro, oltre a una serie di novità pensate per fronteggiare il rischio di una crisi imminente. Tuttavia, è proprio la tempistica a sollevare più di una perplessità: il decreto, varato dal governo in un contesto ancora diverso da quello attuale, si trova ad affrontare un’emergenza – quella iraniana – che ha già iniziato a mostrare i suoi primi effetti sull’economia reale, con l’inflazione che a marzo ha ripreso a correre e il carrello della spesa che ne ha subito le conseguenze. Le opposizioni, attraverso le parole del deputato dem Vinicio Peluffo, non hanno lesinato critiche, definendo l’impianto normativo «debole, tardivo e insufficiente».
Il paradosso del carbone e la distanza dall’Ue
La vera cesura, però, non sta solo nella quantità delle risorse stanziate – che molti giudicano inadeguata rispetto alla portata dello tsunami energetico in arrivo – ma nella direzione di marcia impressa dal legislatore. Mentre l’Unione europea, con la lettera di Jorgensen, spinge per una strategia basata su previsione e riduzione della dipendenza da fonti instabili, la maggioranza parlamentare ha introdotto nel decreto una misura che stride con gli obiettivi climatici e di autonomia a lungo termine. Si tratta dell’estensione, per ben 13 anni, della vita operativa delle centrali a carbone, la fonte fossile considerata tra le più inquinanti e che l’Europa vorrebbe invece abbandonare definitivamente.
Una scelta, questa, dettata probabilmente dall’urgenza di garantire una base di riserva in caso di black-out delle forniture di gas, ma che di fatto cristallizza un paradosso: il governo, nel tentativo di assicurare l’approvvigionamento immediato, si allontana dalle richieste di Bruxelles, che chiedeva invece una preparazione tempestiva basata su diversificazione e rinnovabili. A queste ultime, va detto, il decreto riserva comunque una certa attenzione, promuovendo i contratti a lungo termine con le imprese del settore; un segnale, questo, che però rischia di essere oscurato dal peso politico e ambientale della scelta filo-carbone.
L’iter parlamentare e la fiducia
Il passaggio alla Camera ha visto il governo ricorrere alla fiducia – un escamotage procedurale che ha accelerato i tempi, chiudendo la discussione con 203 sì, 117 no e 3 astenuti – per blindare un testo che, nelle intenzioni dell’esecutivo, dovrebbe arrivare in porto entro la scadenza del 21 aprile, data ultima per la conversione in legge. L’Aula di Montecitorio ha così dato il via libera a un impianto che, al netto dei bonus immediati, cerca di navigare a vista tra la necessità di calmierare le tariffe per famiglie e imprese e quella di dotare il paese di strumenti per resistere a eventuali stop improvvisi delle importazioni.
La sessione, dopo il voto di fiducia, si è spostata sull’esame degli ordini del giorno, prima del passaggio definitivo al Senato, dove il provvedimento è atteso per l’ultimo step. Un percorso, quello del decreto, che fin dalla sua genesi ha risentito del mutare delle condizioni geopolitiche: varato in un contesto di relativa calma apparente, si trova oggi a dover rispondere a uno scenario di guerra in Iran che ha già alterato le previsioni economiche, portando con sé un primo, tangibile aumento dell’inflazione e dei prezzi al consumo.
Le crepe nel fronte della maggioranza
Nonostante il ricorso alla fiducia abbia garantito la tenuta del governo in aula, il clima non è privo di tensioni. Le critiche delle opposizioni, pur prevedibili, hanno trovato eco in alcune perplessità tecniche sollevate anche all’interno della maggioranza, in particolare sulla reale efficacia del bonus da 115 euro – ritenuto da molti un intervento simbolico più che strutturale – e sulla scelta di prolungare l’utilizzo del carbone, che rischia di aprire un fronte delicato con le regioni e con le associazioni ambientaliste. Il provvedimento, insomma, tenta di tenere insieme la necessità di una risposta immediata per le famiglie più esposte al caro energia e la pianificazione di una resilienza di sistema, ma lo fa in un contesto in cui il tempo stringe e le variabili internazionali continuano a moltiplicarsi, rendendo incerta la capacità del decreto di rimanere agganciato alla realtà che dovrebbe governare.




