Toscana e Campania in testa, fondi Mur per 158 e 184 ricercatori
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Redazione Interno
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Il meccanismo di reclutamento universitario, dopo anni di incertezze e di precariato che hanno caratterizzato il settore della ricerca, subisce un’accelerazione grazie ai decreti attuativi firmati dal ministro Anna Maria Bernini. Il provvedimento, che dà attuazione a quanto previsto dalla legge di Bilancio 2026, stanzia risorse consistenti per gli atenei italiani, con l’obiettivo dichiarato di assorbire il personale formato durante la stagione del Pnrr, e in Toscana, per esempio, si parla di un piano che vale 4,6 milioni di euro a regime, destinati all’assunzione di 158 ricercatori. Di questi, una fetta consistente, pari a 84 unità, sarà inquadrata nei cosiddetti ruoli “Pnrr”, una misura che però, va detto, prevede contratti a termine legati allo scadere dei progetti europei, sollevando più di qualche perplessità sulla reale stabilizzazione di queste figure.
Se si sposta lo sguardo sulla Campania, il dato assume proporzioni ancora maggiori, con un finanziamento che sfiora i 5,4 milioni di euro all’anno. Il sistema universitario campano, che fa perno sull’ateneo Federico II di Napoli, si prepara ad accogliere 184 nuovi ricercatori, dei quali 79 legati ai progetti del Pnrr. Un’immissione di forze fresche che, nelle intenzioni del Ministero, dovrebbe servire a consolidare le competenze sviluppate negli ultimi anni, impedendo che l’investimento fatto con i fondi europei vada disperso, anche se la precarietà insita nei contratti Pnrr resta un nodo irrisolto, un paradosso che vede ricercatori formati con fondi pubblici rimanere in una sorta di limbo contrattuale.
La distribuzione dei fondi tra Puglia e altre regioni, un quadro a macchia di leopardo
Il piano straordinario, però, non si limita alle regioni più popolose, ma interessa un po’ tutta la Penisola, seppur con importi differenti. In Puglia, ad esempio, il Mur ha dirottato risorse per 2,8 milioni di euro, che consentiranno agli atenei locali di bandire concorsi per 98 ricercatori. Anche in questo caso, una parte dei contratti sarà riservata a chi ha lavorato su progetti Pnrr, una scelta che il ministero giustifica con la necessità di non perdere il know-how accumulato. Parallelamente, arriva un finanziamento di 944 mila euro per un’altra regione, con l’obiettivo di assumere 32 ricercatori, mentre in Liguria, per l’Università di Genova, il discorso è analogo: qui si parla di 1,4 milioni di euro per 49 nuove posizioni, a testimonianza di una mobilitazione generale che coinvolge gli atenei da nord a sud.
A ben guardare, però, la fotografia che emerge da questi stanziamenti è quella di un intervento massiccio ma forse frammentario. Se da un lato il decreto firmato da Bernini immette nel sistema universitario risorse fresche per circa 60,7 milioni di euro annui a partire dal 2027, con l’obiettivo di assumere fino a duemila ricercatori in tutta Italia, dall’altro la ripartizione regionale mostra differenze sostanziali legate alla dimensione e alla capacità progettuale dei singoli atenei. La Campania, con i suoi 5,4 milioni, e la Toscana, con 4,6 milioni, sembrano essere le locomotive di questa tornata, mentre altre regioni ricevono fette di torta più piccole, pur mantenendo invariato il meccanismo di cofinanziamento e di riserva dei posti per gli assegnisti di ricerca Pnrr.
L’impatto del piano straordinario sul precariato accademico
Dietro i numeri, però, c’è una riflessione più ampia che riguarda la natura stessa di queste assunzioni. Il piano straordinario previsto dalla legge di Bilancio, infatti, mira a rendere strutturali le competenze maturate con il Pnrr, ma lo fa attraverso due canali distinti: da una parte i ricercatori cosiddetti “Pnrr”, che avranno contratti legati alla durata dei progetti, e dall’altra i ricercatori finanziati con fondi ordinari, che invece dovrebbero garantire una maggiore stabilità. Un doppio binario che rischia di creare una gerarchia di fatto tra ricercatori di serie A e di serie B, tutti formati con risorse pubbliche ma con prospettive contrattuali marcatamente diverse.
In questo quadro complesso, il Ministero dell’Università e della Ricerca gioca la carta del consolidamento, cercando di dare una risposta concreta a un sistema che, negli ultimi anni, ha vissuto di bandi temporanei e di progetti a termine. La ministra Bernini, con la firma di questi decreti, mette nero su bianco l’intenzione di blindare i talenti emersi durante la stagione del Pnrr, ma la vera partita si giocherà sulla capacità degli atenei di gestire queste risorse e sulla volontà politica di trasformare i contratti a termine in posizioni stabili, una volta esauriti i fondi europei. Un passaggio cruciale per il futuro della ricerca italiana, che da tempo attende una riforma organica in grado di superare la logica dell’emergenza e programmare su larga scala il ricambio generazionale.




