Trump e Netanyahu, un accordo storico che riscrive le regole della pace
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Redazione Esteri
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Tra l’amministrazione Trump e il governo Netanyahu si è consumato un passaggio di portata storica, il quale, andando ben oltre la complessità del conflitto mediorientale, stravolge i tradizionali schemi diplomatici. Per la prima volta, infatti, sono una presidenza repubblicana e la destra globale a farsi carico, e a legare al proprio profilo politico, concetti come quello di mediazione e processo di pace, da decenni considerati un dominio quasi esclusivo delle amministrazioni democratiche e delle forze progressiste. Questo ribaltamento di prospettiva, che affida alla destra il ruolo di architetto della stabilità, costituisce di per sé un evento senza precedenti, il cui sviluppo viene seguito con attenzione dagli osservatori internazionali. La stessa trattativa, che ha condotto al cessate il fuoco, è stata condotta con un pragmatismo che ha messo da parte le ideologie, puntando su un risultato concreto sebbene fragile e ancora incompleto.
I meccanismi dell'intesa e le prime implementazioni
L’architettura dell’accordo, i cui chiaroscuri sono molti, comincia ora a prendere forma operativa attraverso strutture dedicate. Come riportato da fonti giornalistiche, un centro di coordinamento guidato dagli Stati Uniti, che avrà il compito di supervisionare sia l’applicazione della tregua sia gli sforzi per il ripristino della Striscia di Gaza, è pronto a entrare in funzione nei prossimi giorni. La sua sede, significativamente, si troverebbe in territorio israeliano, a nord-est della Striscia, segnando una presenza diretta e un coinvolgimento tecnico senza mediazioni. Questo organismo rappresenta il braccio esecutivo di una strategia che, nonostante la restituzione dei corghi degli ostaggi non sia ancora conclusa, prosegue con determinazione. L’amministrazione Trump, stando a quanto si apprende, sta già lavorando per contribuire a creare una forza di sicurezza multinazionale per Gaza, per identificare potenziali leader civili palestinesi e per avviare i primi, complessi passi verso la ricostruzione dell’enclave.
Le incognite e le tensioni della seconda fase
La transizione verso quella che viene definita la seconda fase del piano, però, è lastricata di trappole e procede in un’atmosfera carica di sospetti reciproci. Le negoziazioni tra Israele e Hamas per questo nuovo step sono infatti cominciate in un clima teso, punteggiato da minacce velate e dichiarazioni che mantengono alta la tensione. Lo stesso presidente Trump ha avvertito Hamas, dichiarando che “potrei consentire a Benjamin Netanyahu di riprendere l’azione militare a Gaza” qualora il gruppo non rispettasse gli impegni presi. Una posizione che, se da un lato delegittima ulteriormente Hamas come attore puramente politico, dall’altro fornisce una leva negoziale potente a Israele. A sua volta, il primo ministro Netanyahu ha tenuto a precisare che “la guerra a Gaza non è ancora finita”, un monito che serve a ricordare a tutti gli attori in campo la precarietà dell’attuale situazione e la volontà israeliana di non abbassare la guardia.
Le questioni pratiche e i nodi irrisolti
Sul terreno, intanto, permangono diverse criticità che testimoniano la distanza tra l’intesa di principio e la sua piena realizzazione. Il valico di Rafah, cruciale per i rifornimenti e per la mobilità umanitaria, rimane chiuso, con le autorità israeliane che hanno annunciato che la data per la sua riapertura sarà comunicata soltanto in un “secondo momento”. Questo crea un’ulteriore incertezza sulla capacità di far fronte alle esigenze più immediate della popolazione, mentre si discute di piani di ricostruzione a lungo termine. La stessa pressione esercitata dagli Stati Uniti per accelerare la seconda fase e avviare i lavori a Rafah si scontra con la realtà di un controllo del territorio ancora da definire nei suoi aspetti fondamentali, generando dubbi e perplessità tra i partner arabi riguardo alla futura governance di Gaza.




