Ponte sullo Stretto, il governo riscrive le regole dopo il no della Corte dei conti

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La partita per il ponte sullo Stretto di Messina, dopo l’ennesimo stop imposto dalla magistratura contabile, riparte da un nuovo schema normativo che cancella le scorciatoie più controverse. Nel decreto-legge infrastrutture, infatti, sono saltate le disposizioni che limitavano il controllo della Corte dei conti e che istituivano una sorta di «scudo» per la responsabilità erariale degli operatori. La revisione, voluta per evitare un nuovo e prevedibile rigetto, impone al governo un percorso più articolato e trasparente, il quale – è bene sottolinearlo – non presuppone un ritorno alla casella zero ma una correzione di rotta obbligata. La presidenza del consiglio e il ministro competente, pur mantenendo ferma l’intenzione di realizzare l’opera, hanno quindi accettato di ricalibrare gli strumenti, rinunciando almeno per il momento alla figura di un super-commissario dotato di poteri straordinari.

Il nuovo iter e il ruolo delle autorità indipendenti

Il disegno che emerge dalle nuove bozze assegna un ruolo centrale, com’era prevedibile, a una nuova delibera del Cipess, l’organo che decide in materia di investimenti pubblici, la quale dovrà essere redatta rispettando una procedura più rigorosa. A questa si affiancano, e non è un dettaglio di poco conto, passaggi obbligati presso l’Autorità di regolazione dei trasporti e il Consiglio superiore dei lavori pubblici, chiamati a esprimere i loro pareri tecnici. Si tratta di un meccanismo di pesi e contrappesi che mira a dare maggiori garanzie di correttezza amministrativa, dopo che i giudici contabili avevano rilevato diverse criticità nell’impianto precedente. La governance, di conseguenza, viene ridimensionata e riportata entro canoni più tradizionali, pur senza che venga meno la spinta politica a portare avanti il progetto.

La questione della gara e il rischio di un contenzioso

Uno dei nodi più spinosi, che la nuova normativa cerca di sciogliere con un intervento ad hoc, riguarda l’aggiudicazione della costruzione dell’opera. Esiste, com’è noto, una gara del 2005 vinta dal consorzio Eurolink, oggi a guida Webuild, la cui validità nel tempo è oggetto di discussione. Per evitare di dover bandire una nuova procedura, con tutti i ritardi e le incertezze del caso, il governo ha inserito una disposizione che, di fatto, impone di confermare l’appalto originale. Una scelta che, se da un lato punta a velocizzare i tempi operativi, dall’altro potrebbe esporre a future contestazioni giurisdizionali, poiché solleva interrogativi sulla conformità alle norme europee in materia di concorrenza. È una scommessa rischiosa, quella di voler agganciare il presente a una decisione presa quasi vent’anni fa, in un contesto economico e normativo profondamente mutato.

Il lungo elenco degli adempimenti futuri

La strada da percorrere, come ammesso dagli stessi promotori, rimane tutta in salita e lastricata di documenti da produrre. La lista degli adempimenti è lunga e include la stesura di almeno nove atti fondamentali, l’acquisizione di diversi pareri vincolanti e un fitto dialogo con le istituzioni europee, le cui perplessità sull’opera sono state più volte manifestate. Si tratta di un lavoro meticoloso, che richiederà mesi di attività tecnica e amministrativa, durante i quali ogni passaggio sarà sottoposto a un scrutinio severo. La speranza del governo è che questo approccio, più cauto e rispettoso delle regole, possa alla fine disinnescare le opposizioni tecniche e aprire la fase esecutiva, ma i margini di imprevisto, in un’opera di tale complessità, sono sempre ampi.

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