Il crocefisso mutilato e la benedizione di papa Leone: a Gemona la messa dei 50 anni dal terremoto
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Redazione Interno
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Sulla spianata dinanzi al duomo di Gemona, restaurato pietra su pietra dopo quel 6 maggio 1976 che qui fece più di quattrocento vittime, il cardinale Matteo Zuppi – presidente della Conferenza episcopale italiana – ha letto il messaggio con cui papa Leone XIV ha concesso la sua benedizione apostolica alla popolazione friulana. Lo ha fatto alle spalle di un simbolo che nessuna scossa ha saputo ridurre al silenzio: il Crocefisso ligneo recuperato mutilato dalle macerie di allora, e che oggi campeggia sull’altare come una ferita aperta e insieme ricucita. “Il ricordo della tragedia promuova fraternità e carità”, scrive il Pontefice in un testo firmato dal cardinale segretario di Stato Pietro Parolin e indirizzato all’arcivescovo di Udine, monsignor Riccardo Lamba. Una frase, quest’ultima, che nella sua essenzialità liturgica riassume il senso di una ricorrenza – mezzo secolo esatto dall’“Orcolat”, il terremoto che la gente del posto chiama ancora con quel nome animalesco e terribile – vissuta non come mera commemorazione, ma come riconoscimento di ciò che accadde dopo.
Quel modello di rinascita civile che portò la firma dei friulani
Nel messaggio pontificio si legge un ringraziamento esplicito del Santo Padre a quanti portarono soccorso in quei giorni di polvere e piombo, affiancando “la solerzia instancabile delle comunità locali”. Ed è proprio su questo elemento – la capacità di una ripresa rapida della vita e di una ricostruzione divenuta esemplare – che papa Leone insiste quando parla di “modello di rinascita civile”. Un’espressione, quest’ultima, che non suona retorica a Gemona, dove ancora oggi si studiano i tempi e i metodi di quel cantiere post-sisma: niente lunghi esodi burocratici, niente attese infinite per i contributi, ma caserme, uffici e scuole rimesse in piedi in tempi che perfino i funzionari pubblici più ottimisti faticano a ricordare senza stupore. Il Crocefisso mutilato alle spalle del cardinale Zuppi, durante la celebrazione, ha funzionato come un contrappunto visivo a quella lezione: si può rimanere segnati, eppure restare in piedi.
L’ex ministro Santuz: “Il popolo visse la ricostruzione con la sua capacità operativa”
Testimone diretto di quella stagione è Giorgio Santuz, all’epoca parlamentare della Democrazia cristiana e poi ministro. Lui seguì la vicenda da vicino assieme al presidente del Consiglio Aldo Moro e al presidente della Regione, Antonio Comelli. “Il popolo – ha ricordato Santuz ai margini della messa – visse la ricostruzione con la sua capacità operativa”. Una frase che pesa come un macigno, perché sposta l’asse narrativo dall’elisoccorso dei vip alla pazienza dei muratori, delle massaie che cucinavano per i cantonieri, dei geometri che misuravano le macerie prima ancora che arrivassero i decreti. L’ex ministro non ha usato toni trionfalistici, semmai un realismo asciutto: quello di chi ricorda i morti senza scordare i vivi che si rimboccarono le maniche. Il terremoto del Friuli del ’76 – quasi mille vittime, quarantamila sfollati, un centinaio di paesi danneggiati – poteva diventare una tragedia senza riscatto. Non lo divenne, e il fatto che se ne parli ancora oggi in Vaticano come di un “insegnamento perenne” dice molto della differenza tra chi subisce la storia e chi, invece, la orienta.
L’“Orcolat” e l’archivio televisivo: Tg2 Dossier ripercorre la voce del terremoto
A cinquant’anni esatti da quella scossa di magnitudo 6.4 che alle 21:00 del 6 maggio 1976 sconquassò il Friuli, la memoria si fa anche materia televisiva. Tg2 Dossier ha dedicato al sisma una puntata intitolata “La voce del terremoto” – in onda il 3 maggio 2026 alle 18:10 – dove immagini d’archivio e testimonianze dirette restituiscono il prima e il dopo dell’evento. Il racconto parte da una constatazione cruda: l’“Orcolat” causò quasi mille vittime, distrusse interi paesi come Venzone, Trasaghis e lo stesso capoluogo collinare di Gemona, lasciando migliaia di persone senza un tetto. Ma la narrazione non si ferma alla cronaca nera, che pure viene trattata con il rispetto che si deve a chi perse la vita sotto le travi. L’angolo visuale, semmai, è un altro: come una comunità riuscì a ricostruire in modo così rapido e organizzato da diventare, lei, un modello ancora oggi considerato virtuoso nei manuali di protezione civile. Non ci sono giudizi affrettati nel servizio del Tg2, piuttosto il tentativo di ascoltare quelle voci – vigili del fuoco volontari, sindaci di allora, preti di montagna – che non finirono sui rotocalchi dell’epoca, ma che fecero la differenza nei giorni in cui le scosse di assestamento sembravano non voler finire mai.




