A Gemona la messa col cardinale Zuppi e la benedizione di papa Leone al Friuli che resse al sisma

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Senza il clamore che spesso accompagna le ricorrenze civili, a Gemona del Friuli si è celebrata la messa per i cinquant’anni del terremoto; e quella che poteva essere una semplice liturgia di suffragio si è trasformata, quasi per osmosi naturale, in un atto collettivo di memoria attiva. A presiederla – campeggia alle sue spalle il Crocefisso ligneo recuperato mutilato dalle macerie del sisma, un’icona silenziosa della devastazione ma anche dell’ostinazione a restare – il cardinale Matteo Zuppi, presidente della Cei. La cerimonia, tenutasi sotto lo sguardo attento di chi quelle macerie le ha rimosse con le proprie mani, si è aperta con un gesto dal forte valore simbolico: la benedizione apostolica di papa Leone XIV all’intera popolazione friulana.

Il telegramma del pontefice e quel “modello di rinascita civile”

Un telegramma, quello del pontefice, che non è affatto un documento di circostanza. “Nel 50° anniversario del terremoto in Friuli, che ferì profondamente codesta terra, Papa Leone XIV si unisce spiritualmente alla celebrazione eucaristica, presieduta dal cardinale Matteo Zuppi, in suffragio delle numerose vittime e in ringraziamento per quanti, da diversi paesi, portarono soccorso, affiancando la solerzia instancabile delle comunità locali”. Una solerzia, va detto, che ha consentito una ripresa rapida della vita e una ricostruzione definita dallo stesso pontefice “esemplare, modello di rinascita civile”. Parole pesanti, caricate di un’esperienza che il resto d’Italia ha studiato – e talvolta invidiato – senza mai riuscire a replicare del tutto. Il messaggio, firmato dal cardinale segretario di Stato Pietro Parolin, è stato inviato all’arcivescovo di Udine monsignor Riccardo Lamba, proprio per fissare nella memoria pubblica l’eccezionalità di quella risposta collettiva.

L’Orcolat e i conti aperti con quel 6 maggio 1976

Il terremoto, lo chiamano ancora “l’Orcolat” – il mostro, in dialetto – e viene ricordato così dalla gente che quel giorno lo subì. Era il 6 maggio 1976, una scossa di magnitudo devastante che provocò 990 vittime accertate, più di quattrocento delle quali concentrate a Gemona, il paese simbolo della distruzione. Nessun dettaglio esplicito sulla cronaca nera di quelle ore, ma il numero dei morti parla da sé: una strage silenziosa che cambiò per sempre la geografia umana e fisica della regione. A cinquant’anni di distanza, la messa non ha voluto solo pregare per quelle vittime, ma ha restituito loro un posto nella narrazione di una rinascita che senza il loro sacrificio non avrebbe avuto lo stesso senso.

Zilli, il murale di Magnano e la voce dei bambini del ’76

Al di fuori del rito religioso, un altro frammento di memoria ha preso forma a Magnano in Riviera, uno dei centri che subì duramente il sisma e che poi divenne pilastro della ricostruzione. L’assessore Zilli ha accompagnato l’inaugurazione di un murale – insieme a un coro che ha riproposto la canzone scritta dai bambini di allora – definendo l’opera “un presidio di memoria viva”. “Il murale – ha spiegato – parla a chi c’era, ma soprattutto a chi non era ancora nato, spiegando che la distruzione può essere il preludio di una rinascita straordinaria se sostenuta dalla dignità di un popolo. La canzone dei bambini del ’76 ci riporta alla purezza dei piccoli di allora, nei cui quaderni la potenza della tragedia era descritta con devastante semplicità”. Nessuna retorica, dunque, ma un frammento di cronaca trasformato in lezione civile.

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